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La Forza della Lega, la miopia del PdL

Le vicende della storia politica della Lega sono di largo dominio e di altrettanto largo pensiero sono le riflessioni che, se dettate da un sentimento di onestà intellettuale, non possono non farci ricordare due aspetti fondamentali che il centrodestra, questo centrodestra, dimentica troppo facilmente rischiando di farne le spese. Il primo è che la Lega non fa parte del Popolo della Libertà. Essa è partner della coalizione solo per un’opportunità elettorale. Per accordi sui quali si è costruito il successo di un Popolo della Libertà consapevole di dover (e poter soprattutto) pagare un certo prezzo al popolo di Bossi in termini di prospettive federali.

Il secondo è che la Lega proprio perché ben definitasi come soggetto politico in questi anni è un partito fortemente coeso in virtù di una costante normalizzazione delle differenti anime che costituivano, in passato, il fronte autonomista. Un partito che ha messo da parte ogni ideologia massimalista per accreditarsi quale offerta populistica a forte valenza localistica che poco ha a che fare con una dimensione di centrodestra tipica della cultura politica occidentale. Un orizzonte, quello leghista, che ha garantito e garantisce spazi di manovra e di azione completamente avulsi da ogni tatticismo proposto dal Popolo della Libertà.

Tutto questo dal momento che, strategie e conseguenti azioni, sono completamente definite nell’ambito degli obiettivi personali del leader del Carroccio che coincidono, per ovvi motivi di un’immagine così costruita nel tempo, con happening e posizioni politiche coerenti con il modello di società e di interessi che, a livello nazionale nel primo caso e personale nel secondo, vengono perseguiti. In quest’ottica è senza dubbio evidente che non è l’Irap il vero motivo del disaccordo tra il premier e il proprio ministro Tremonti. Un ministro, quest’ultimo, non scevro da singolari valutazioni in politica economica. Un’incoerenza che lo ha visto dapprima ottimistico difensore della virtuosità dei processi di globalizzazione e dei mercati liberali e oggi (illuminatosi sulla più facile via populista, vista la crisi del modello allora condiviso) difensore di conquiste poco liberali, come il posto fisso, o, addirittura, con posizioni molto critiche verso l’internazionalizzazione stessa dell’economia finanziaria. Nella querelle di Tremonti è in gioco il rapporto tra Lega e Popolo della Libertà. O meglio, tra quanto chiede Bossi e quanto Berlusconi potrà ancora dare personalmente, superando ogni consigliere di “corte” e sacrificando la sua creatura e i creati.

È evidente che senza il sostegno della Lega provvedimenti possibili che interessano il premier non potrebbero trasformarsi in realtà giuridico-legislative. L’appoggio della Lega, ad esempio, sarà determinante per reintrodurre l’immunità parlamentare misura, questa, più “facile” per aggirare la complessità di riproporre un disegno di legge questa volta costituzionale che possa far rientrare dalla finestra il già “lodo Alfano” in tempi ragionevoli e per tutti i parlamentari di destra e di sinistra. Una richiesta di aiuto verso la quale la Lega rilancia la pretesa di dipingere di verde, se possibile, Piemonte e Veneto alle prossime regionali. Così come la Lega è sicura di essere decisiva per la riduzione dei termini di prescrizione per alcuni reati quanto per ogni riforma poco populista della giustizia; e su questo il prezzo del consenso potrebbe salire di nuovo con un’ipoteca già posta dal Carroccio per il futuro, per aver votato con il Partito Popolare Europeo contro la risoluzione del Parlamento Europeo in materia di libertà di stampa in Italia. Ciò che si desume da un’analisi delle azioni e reazioni interne al rapporto tra premier e Lega è che quest’ultima giochi d’azzardo. Se così fosse, sarebbe una partita ben condotta nella consapevolezza che la corsa alla successione al premier è aperta e, per questo, la conquista ulteriore di consensi al Nord - per applicare al Popolo della Libertà la stessa legge del contrappasso memore dell’annichilimento di Alleanza Nazionale realizzato da Forza Italia nel passato recente - diventa fondamentale.

Un elegante pressing che tende a far sì che alla possibile implosione del Popolo della Libertà, di fronte all’esempio della galassia caotica del Partito Democratico di cui non sembra che le lezioni interessino alla destra, il Carroccio possa approfittarne al più presto capitalizzando il risultato, complessivo, in Piemonte, Lombardia e Veneto del voto alle regionali del 2010 per le prossime politiche. Una formula di fine strategia di medio termine, per questo momento politico, molto singolare, che passa dall’ancoraggio ad una carica di governo con una figura chiave qual è proprio Tremonti che non potrebbe chiedere oggi, con l’approvazione di Bossi, cos’altro se non diventare vicepremier? Non ci sono, e non ci possono essere, infatti, spiegazioni di altro tipo. È una sensazione che corre tra chi, ormai senza patria, ricorda le origini forziste. È un pericolo immanente per gli ex di Alleanza Nazionale, per quel che resta del popolo di una destra nazionale e popolare di estrazione completamente diversa e non compatibile con l’esperienza borghese-imprenditoriale di Forza Italia.


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