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Berlusconi e il potere

Il falso idolo dell'assoluto.

Silvio BerlusconiLa partita definitiva per la sopravvivenza del berlusconismo è iniziata senza troppe novità rispetto al passato sui contenuti, ma con una particolarità assolutamente singolare. La consapevolezza della poca fidelizzazione, per usare un termine caro al marketing postmoderno, della corte e dei suoi cortigiani. Ora è indubbio che il Presidente del Consiglio, agevolato da una legge elettorale che lo ha permesso, ha costruito il suo potere attraverso la scelta intelligente, fine per non dire meticolosa, di una classe politica di maggioranza fatta da molti deputati e senatori in debito per la candidatura offerta, per il ruolo da parlamentare così garantito, per aver conquistato un rango sociale che, per molti, per titoli (semplici …anche di studio) e (poche se non trascurabili) esperienze professionali, sarebbe stato difficile in così breve tempo raggiungerlo.

Ed è altrettanto indubbio che di fronte al crollo del lodo Alfano e alla corsa a perdere tempo con la riforma di un processo breve che sottende solo una dilatazione della discussione per giungere, invece, al più presto all’immunità possibile per tutti i parlamentari, il Presidente del Consiglio cerchi di valutare su chi e su quanti dei “suoi” parlamentari potrà contare. Su quanti di loro potrà fidarsi per difendere la propria posizione e consolidare la sua figura non solo di premier ma, soprattutto, di leader indiscusso di un partito che esiste perché vive quale espressione simbiotica del suo leader. Una situazione da resa dei conti che, prima o poi, costringerà il premier a guardare alla realtà di una politica da lui modellata sulla vita di una corte che non potrà assicurargli più nulla.

Solo la certezza che se prevarrà una minima paura della fine la sopravvivenza dei cortigiani, ritenuta finita l’era del “Presidente”, potrà risolversi solo nel prepararsi a trovare nuovi spazi anche a costo di abbandonare chi li ha, al di là dei contenuti e della considerazione reale, fatti approdare agli scranni della politica del Paese. Di fonte a ciò, le regionali per Berlusconi rappresentano, quindi, un vero e proprio banco di prova per dimostrare la forza personale di un leader che non vuole mollare la guida di una sua creatura, di una sua idea, di un modo, condivisibile o meno, di interpretare l’affermazione di se stesso su un mondo costruito sulla mediocrità dei valori, degli animi, delle idee.

Un banco di prova necessario per rendere man mano esiguo, ad esempio, e annullare ogni dissenso. Per ridurre sempre di più il peso di ciò che rimane di Alleanza Nazionale e del suo ex Presidente che tende a smarcarsi da uno scomodo e imbarazzante peccato originale: l’aver ricondotto Alleanza Nazionale nel calderone di Forza Italia riducendone progressivamente ogni spiraglio possibile di difesa di un’identità sopravvissuta. La vita politica dei prossimi giorni, delle prossime settimane sarà il banco di prova per verificare per il premier, riforma del processo o immunità conquistata, la vera fedeltà degli alleati, soprattutto di chi gli è debitore. Una prova di forza che assorbirà le energie di un presidente del consiglio che ha perso quel contatto con la realtà e il gusto del confronto con gli altri perché miope per saccenza e lontano per difesa di una corte impenetrabile.

Ostaggio di sondaggi cuciti sul risultato finale che si vuole ottenere, del consenso che si vuol costruire e poi pubblicizzare. Ostaggio della sua stessa corte, una corte preoccupata di evitare concorrenze, “nuovi arrivi”. Una corte preoccupata di non rendere permeabile lo spazio fisico del premier ad altri che non siano innocui per simpatia, per possibilità che il premier possa decidere sulle persone e sugli uomini che in qualche modo riescono a superare la cortina così posta a difesa della corte.

Ostaggio di un sistema di consigli e consiglieri che si autodistrugge, ad esempio, nel momento in cui, decidendo sul fil di lana delle candidature possibili, egli afferma la sua leadership superando d’impeto i litigi dei tribuni. Un premier che è ostaggio di una corte che si pone oggi la domanda di cosa e come fare domani per riuscire a sopravvivere passando sopra le fortune o sfortune del capo di ieri. Nella ridda delle polemiche sulle leggi ad personam o meno oggi, domani sul suo destino personale oltre che politico, è in gioco la possibilità del premier di riuscire a riconoscere chi lo seguirà allorquando si troverà a voltarsi indietro.

Molti elettori del centrodestra si chiedono sin d’ora quale peso politico può avere un coordinamento nazionale diviso da correnti, egoismi interni e personali che non reggono la necessaria fatica di far guardare al proprio leader alla realtà del Paese. Quale ruolo avrà la Lega nel futuro dell’Italia? Quale vera politica si vorrà esprimere nell’economia di una coalizione che coniuga populismo con un liberismo di facciata e vi aggiunge un autonomismo che si è ben territorializzato affermando proprie logiche di potere personale? Quale idea di nazione si vorrà esprimere con un nazionalismo che stenta a dimostrarsi dignitoso nei contenuti? Quale idea di Italia di destra è rimasta oggi che non vada oltre i facili proclami tipici di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale che ben si guardano da aprire le porte della politica alla società civile presi dalla difesa estrema degli assetti di ciò che resta di un partito quasi azzerato? Perché un coordinatore nazionale molto presente e sagace come il senatore Verdini non si pronuncia da tempo? Come mai un altro tribuno, nonché ministro della “nostra” cultura, di non nascosta fede postmarxista, ovvero comunista sino a qualche anno fa -traghettato sul ponte di un liberalismo assolutamente incompatibile con la cultura operaia di fondo che dovrebbe per coerenza distinguerlo nobilitato dal suo essere oggi erede di una letteratura poetica che poco ha a che fare con una primigenie di sinistra rinnegata per assumersi a difensore del suo mecenate- riconduce in una prosa postromantica un’idea di politica veteropopulista? Perché, insomma, non ci si rende conto che il potere è solo servizio, è esercizio di una responsabilità verso gli altri piuttosto che verso se stessi?

Il vero limite del premier è che tende a costruire il proprio consenso, affidandosi a questo, sulle raffinate lusinghe di una corte che vale una stagione. Ma soprattutto una corte che non dovrebbe far dimenticare al proprio leader ciò che Frank Herbert non ha lesinato a sottolineare nella sua Saga di Dune. E, cioè, che “…Il potere va impugnato con mano leggera. Aggrapparsi al potere con troppa forza significa farsi sopraffare da esso, diventando così le sue vittime…"


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