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La Costituzione: l’identità di tutti

Il 25 e 26 giugno si è votato per referendum molto particolare dato l’oggetto posto all’attenzione degli elettori. Per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana ci si è espressi non in termini abrogativi o meno di una legge dello Stato, ma sul "confermare" o meno la legge di revisione costituzionale dal momento che la modifica della costituzione non è stata approvata con la maggioranza dei 2/3 (secondo quanto stabilito dall'art. 138 della costituzione stessa). La maggioranza dei cittadini chiamati alle urne ha respinto la riforma costituzionale proposta e approvata nella XIV Legislatura circa le modifiche da apportare all’assetto istituzionale nazionale mutando la seconda parte della Costituzione italiana. Modifiche, quelle proposte dal governo di allora, che avrebbero completamente ridefinito il quadro istituzionale dei rapporti tra i poteri dello Stato con uno sbilanciamento a favore di un premierato forte e sovradimensionato, un depotenziamento della funzione legislativa e di controllo delle Camere ponendo in essere un federalismo fondato su un’autonomia quasi totale, normativa e amministrativa, sulla gestione non solo dei servizi ma anche della sicurezza e dell’ordine pubblico.

L’analisi del voto referendario non rappresenta né una conta di voti né il successo di una delle parti proponenti. Essa rappresenta, soprattutto un necessario momento di riflessione sulla volontà espressa da una comunità chiamata ad esercitare un diritto di democrazia diretta. Come le percentuali di affluenza presentano oggi, la risposta referendaria dell’elettorato si è dimostrata in parziale controtendenza rispetto al passato. Si è manifestata una maggiore sensibilità verso l’uso dello strumento referendario. Un diritto riconosciuto al popolo dalla stessa Carta Costituzionale e, verso il quale, ogni singola formazione politica ha il dovere di manifestare il massimo rispetto evitando inviti a disertare o ad affollare i seggi soltanto di fronte ad opportunismi di parte. In passato l’invito al voto, quanto l’invito ad andare “al mare”, ha dimostrato quanto si fosse svalutato tale istituto e come, in realtà, lo stesso elettorato si fosse trovato ostaggio della volontà dei partiti piuttosto che libero nella propria coscienza di corpo elettorale. Di tutto questo oggi la coscienza collettiva si è sentita meno manipolata di ieri.

Il fronte del No non credo volesse affondare una proposta di riforma, ma credo che volesse manifestare un rispetto ad una Carta incompiuta nei fatti, ancorché completa nelle sue previsioni. Una Carta che può essere migliorata, ma non attraverso consunte maggioranze politiche strappate al controllo diretto del popolo. Il fronte del Si credo che molto responsabilmente volesse affermare una necessità di cambiamento e non di riformulazione del contratto sociale e giuridico sul quale si fonda la nostra democrazia. Tuttavia, il risultato referendario ha dimostrato che ogni manipolazione mediatica delle volontà può essere ancora elusa se si dovesse affermare un’analisi critica dell’individuo.

Un’analisi che non è né di destra né di sinistra. Che non appartiene a promozioni politiche che mirano ad attribuire valore a egoismi ammantati da interesse pubblico o disvalore all’occorrenza per istituti necessari, importanti, per la vita di una comunità politica e sociale. La Costituzione non è un testo qualunque. Non rappresenta una legge ordinaria. Essa sopravvive al cambiamento dei tempi e dei costumi, fissa valori e principi sui quali si costruisce la vita di una comunità nazionale. È il contratto preliminare, l’architettura di principio dalla quale si articolano poteri e norme, istituzioni di governo e capacità amministrative, opportunità di crescita e solidarietà sociale fra i cittadini. Per questo non può essere modificata da un’assemblea parlamentare che non ha mandato rappresentativo per fare tanto. Se una Costituzione come quella italiana fondata sul decentramento non é stata pienamente realizzata ciò non è dovuto al federalismo mancato, ma è il risultato di una classe politica che non ha le qualità per far funzionare un testo troppo nobile per le capacità espresse in questi anni.

Se una Costituzione fondata sul regionalismo non sopravvive, significa che non vi è una cultura unitaria sul valore della diversità. Un valore al quale ricondurre, nella logica di pochi saggi da alpeggio estivo, un federalismo ipotetico risultato di un’egoistica soddisfazione di un interesse limitato e in barba a ciò che rimane della tradizione costituzionale del Paese. Oggi, di fronte ad una volontà neocostituente, nonostante il risultato, se esiste un problema costituzionale e di funzionamento dello Stato, allora possiamo anche tornare a votare. Ma sia data la possibilità ai cittadini di eleggere una nuova Assemblea Costituente. Si riscriva, se necessario, una nuova Costituzione, ma che sia il risultato dell’esercizio di una delega espressa a personalità che rappresentino la civiltà giuridica, le parti sociali, il meglio del Paese. Una Costituzione la cui approvazione passi dal consenso diretto del popolo e non da assemblee parlamentari espressioni di mandati di partito e non delle identità di cittadini.


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