Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

A proposito di fantasmi politici

Deposito, tardivo, delle firme ed esclusione della lista dei candidati. Il teatro romano e quello milanese.

In un editoriale di Galli della Loggia apparso solo su alcune copie del Corriere della Sera del 3 marzo u.s. si stigmatizzava, all’interno della vicenda delle liste non ammesse, quanto il Popolo della Libertà sia un “partito fantasma”. Ovvero una sorta di creatura evanescente che si risolve nel prevalere, in vario modo e a diverso titolo, degli egoismi interni. Nulla di originale nei contenuti dell’articolo in verità, ma certamente esso offre un motivo di riflessione più attenta, questo si! La vicenda delle liste non ammesse per irregolarità nelle operazioni di firma e deposito non è un qualcosa di straordinario.

Non ha nulla di eccezionale in una situazione caotica di una politica che ha del parossistico nel suo manifestarsi. Essa rientra nella normalità di una sclerotica, ossessiva, continua campagna elettorale che trascina con sé giochi di potere e tattiche di circostanza. È il frutto tutto italiano di un problema molto serio rappresentato da un’anomalia molto singolare. E, cioè, dall’essere la destra di governo una forza unica solo in apparenza che applica metodi da partito senza esserlo. Una forza che non dispone di una base omogenea e organizzata le cui cariche vengono attribuite sulla fiducia dal Presidente. Di fronte ad un simile quadro dovremmo chiederci, quindi, a cosa siano veramente dovute le esclusioni delle liste del centrodestra. A negligenza dei funzionari o dei delegati al deposito? All’essere degli sprovveduti e superficiali messi che non tengono conto dei termini e delle norme che disciplinano le modalità di consegna, oltre che di compilazione, delle liste? Alla necessità di consumare un giusto panino dopo le fatiche dell’ultima ora da parte di un qualsivoglia delegato di sezione nel cambiare e ricambiare liste e listini? Io non credo. O meglio, non penso che sia solo questo.

Credo, piuttosto, che man mano che il caos aumenti nella corsa al seggio questo Paese si approssimi ad arrivare ad un capolinea. Il capolinea di una politica asfittica, virtuale, plastificata nelle vetrine mediatiche e negli slogan di circostanza a cui non sfugge una sinistra poco credibile e franata sugli egoismi delle proprie segreterie. Una politica resa “giovanile” solo da maschere estetiche ultraresistenti che stentano a voler lasciar vedere bene i segni del tempo e il rinnovamento che non c’è stato. Così la vicenda delle liste nel Lazio come in Lombardia segna due reali prospettive politiche. La prima, una volontà sempre meno celata di azzerare ogni possibile corrente di ciò che resta di Alleanza Nazionale all’interno del Popolo della Libertà isolando la leadership finiana o rendendone quanto meno difficile la convivenza, mettendo in conto anche una possibile sconfitta di chi, candidato alla Presidenza, possa rappresentare tale corrente: nel Lazio come in Calabria.

La seconda, in Lombardia, rientra in una logica competitiva giocata sottotraccia tra l’anima laica dei forzisti della prima ora e l’imbarazzo di dover ancora una volta accettare il direttorio di Comunione e Liberazione. Movimento, questo, irrinunciabile per la conquista del potere tanto quanto lo è stata la Lega per conquistare il cuore politico e amministrativo lombardo. Emerge, da queste semplicissime osservazioni, l’esistenza di una convivenza difficile all’interno di un centrodestra con anime diverse e incompatibili tra loro al di là dei sorrisi e delle pacche sulle spalle regalate al pubblico. Una conflittualità diffusa, poco utile ad offrire al Popolo della Libertà un orizzonte politico comune costretto com’è a dover affrontare man mano, nel quotidiano, molte lotte interne di potere. Una conflittualità che si risolve unicamente nella capacità e forza di volontà di un Presidente che vive, suo malgrado, una sindrome di Stoccolma molto singolare all’interno di una corte ormai troppo popolata.

In questo gioco rivolto a garantire assetti nel tempo di correnti dell’uno o dell’altro “colonnello”, il Popolo della Libertà si dimostra, così, sempre più fragile se dovesse venir meno la presenza del suo Presidente. Ciò rende tutto molto chiaro per chi ha un senso comune delle cose. E cioè, che vi sia una sorta di dissolvimento progressivo dell’idea originaria di un partito che doveva essere liberale e conservatore. Un partito che si contrae man mano negli interessi particolari di chi, senza riconoscenza vera, salito sul carro del vincitore, si è ritagliato propri spazi di potere a cui non intende rinunciare anche al di là dello “spirito di servizio” dovuto se non al Paese almeno al proprio “mecenate”. In questo quadro politico, tipico di un’epoca in pieno stile Luigi XIV, ci si dimentica a destra che il vero “fantasma” che realmente incombe rimane la Lega.

Di fronte all’ambiguità di fondo di ritenerla nulla di più di un alleato di governo, il Popolo della Libertà dimentica che la Lega è un partito a sé, un partito che ha una ben chiara percezione di sé. Un partito che se non dovesse vincere le regionali in Piemonte e in Veneto si accontenterebbe di sommare, e non sarebbe poca cosa davvero, più voti del Popolo della Libertà raggiungendo, se possibile, una maggioranza relativa al Nord che ne capitalizzi a rendita futura il risultato. Nel gioco alla corsa ad aggiustare con un decreto “interpretativo” che sa molto di finzione giuridica il “pasticcio” politico delle liste e dei listini popolati e ripopolati negli ultimi minuti, la Lega si muove, infatti, con un disegno politico ben preciso. Il partito del federalismo fai da te sceglie un’esposizione e un ordine territoriale che mutua, nella sua articolazione, le vecchie strategie comuniste aprendo sedi dappertutto nel Nord e anche altrove. Ma se in questo unico caso non siamo di fronte ad un partito fantasma, la cosa è completamente diversa per il Popolo della Libertà e per il Paese intero.

L’Italia rimane ostaggio di una politica virtuale, che divora nella sua assurdità ogni ragionevole possibilità di ridefinire il rapporto fra elettori ed eletti. Una politica che dimentica scientemente il proprio ruolo di indirizzo nell’ambito di istituzioni sempre più condizionate da lobby personali di potere rendendo lo Stato, e i suoi assetti costituzionali, la vittima sacrificale di un modello che tende ad azzerarne il significato sociale prim’ancora che politico. Uno Stato che nelle sue istituzioni si vede trasformato in merce di scambio. Uno Stato dove la fedeltà alla causa di un partito, o dei signori di partito, sia a destra che a sinistra, viene ripagata distribuendo cariche di governo quanto posti senza conquista in liste e listini elettorali precostituiti, predefiniti in una logica passata da una tradizione post-democristiana e post-socialista ad una più vicina alle esperienze populiste sudamericane. Una politica miope anche nei suoi stessi interessi. Una politica del fare per sé, che tenta l’ennesimo colpo di coda convinta di poter contare su una sua longevità e utilizzare, ancora una volta, le nostre istituzioni come un gioco condotto al di sopra di tutto e di tutti senza spirito di comunità e di responsabilità per il nostro Paese.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.