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Populismo poco popolare

TotòC’è una sorta di gioco a rimpiattino che si consuma all’ombra della manovra di Tremonti che coinvolge il premier più di quanto questi possa immaginare. E’ il solito gioco delle parti laddove la concentrazione del potere si risolve nelle mani di quei pochi prescelti dal capo dell’esecutivo. Una dimensione paradossale che se in un’ottica aziendale può essere utile a fidelizzare il management al proprio leader in politica, in questa politica, non funziona così correttamente. Il sistema sostanzialmente oligarchico messo in piedi in questi ultimi anni dimostra, se ciò non fosse abbastanza chiaro, quanto depotenziare un assetto parlamentare delle istituzioni democratiche in Occidente possa travolgere qualunque formula di potere personalistico prescelta. Una dimensione, quella dell’uomo nuovo, ..ormai sempre meno tale,  che nella sua individualità consuma ogni giorno la propria vulnerabilità dal momento che essa si affida alla disponibilità di un consenso popolare diffuso ispirando i fattori di promozione ad un marketing politico di luoghi comuni che possano attrarre verso di se il cittadino.

L’altalenante politica delle riforme mancate, perché strumentalmente funzionali solo al consenso del momento, e il reiterato gioco sulla vera realtà dei conti italiani dimostrano che il vero obiettivo da perseguire era, e resta quello di non abbattere la popolarità del leader offrendo, per quanto possibile, agli italiani ciò che gli italiani vogliono: essere sicuri di poter mantenere comunque il proprio stile di vita. Ma non solo. In un modello di società che ha già sperimentato nella storia gli effetti delle derive populiste, l’aver mosso l’animo dell’italiano orientandolo su un modello di politica take away, indirizzandone le scelte su valori di successo e di opulenza possibile, rischiano di comprimere le reali possibilità del premier di mantenere un appeal performante proprio con il popolo. Un successo politico costruito sulla vendita di programmi e idee confezionati su misura, con l’offerta di realtà virtuali favorite dall’uso di una forza mediatica senza precedenti, iniziano a coniugarsi difficilmente con il realismo dei fatti.

Un realismo, in verità, che ha già travolto una sinistra che ha sofferto di un populismo d’occasione nei recenti anni, ma che pone il premier, proprio per la sua forza personale, di fronte a due ben precise riflessioni. La prima, data dal non essere riuscito a rendere perfetto il sistema di democrazia governata, ovvero di oligarchia di maniera, soprattutto perché affidatosi alle cure di un sistema di “gerarchi”, come da lui definiti, qualitativamente poco adeguato a sostenerlo politicamente e non solo per opportunismo di poltrona. La seconda, dall’aver sminuito una funzione fondamentale, quella parlamentare, che se ben indirizzata e evitando di cadere nella comoda trappola ideologica del populismo lo avrebbe trasformato, lasciando all’opposizione l’esercizio del proprio ruolo o condividendone con questa progetti di riforma sostenibili, in quella figura che cerca ma non trova: in uno statista.

Oggi le formule da manovra di cassa piuttosto che strutturale di un Tremonti poco incline alla vocazione per le  masse non sono certamente in linea con la strategia popolare del Presidente del Consiglio. Non è in linea con la necessità di dover difendere un carisma da consenso costruito su promesse che hanno affascinato l’elettorato, salvo poi fare i conti con la possibilità di mantenerle.  Non è vincente un populismo a tutto campo giocato dove possibile nei confronti di un altro populismo più militante, e pronto a chiedere il conto, quale quello della Lega. Un conto che si approssima verso la richiesta di un federalismo che decollerebbe solo e soltanto se il premier accettasse di perdere popolarità, dal momento che una vittoria di un certo federalismo sarebbe interpretata a Sud come una vittoria del Nord e al Nord come un successo della Lega, non certo del Presidente del Consiglio. Certo, generalmente non è difficile conquistare il potere facendo leva su un movimento populista in tempi di crisi. Si possono coartare facilmente animi e sentimenti deboli che credono nella forza delle illusioni, se i messaggi subliminali raggiungono le ansie di ognuno di noi. Tuttavia le illusioni prima o poi finiscono e anche  i messaggi distorti su cui si sono costruiti i presupposti per la conquista del consenso rischiano di ripiegarsi su se stessi scoprendo, in realtà, la vera essenza del quotidiano e dell’essere.

Ora a patto che non si voglia credere che ogni spirito critico sia stato annichilito nel frattempo in una democrazia ancorché fragile come la nostra, il vero problema per un disegno di potere fondato sul populismo rimane quella di riuscire a mantenere il consenso inalterato nel tempo. E ciò non è possibile. Non è possibile affermare la propria personalità distribuendo facili luoghi comuni tra riforme paventate, tagli mirati o crescite annunciate. Non è possibile credere di mantenere fermo il timone sulla popolarità credendo che una manovra di cassa si trasformi da sé in una manovra strutturale allorquando nessun progetto di rientro e di rilancio  viene previsto in un prelievo – perché di questo si tratta - che dovrebbe mirare a “stabilizzare” il debito e rendere “competitiva” un’economia ingessata. Non è possibile, ad esempio, credere che congelando gli stipendi del settore pubblico o cassaintegrando gli operai si possano rilanciare i consumi che, al contrario, subiranno una contrazione significativa. Una contrazione che si riverbererà proprio sulle imprese che dovrebbero produrre e vendere.

La verità è che, popolare o no, il mito orwelliano di un Grande Fratello che tutto vede e tutto sa e la rappresentazione di una realtà artefatta condivisa tra i fedelissimi di sempre lasciano entrambi il posto alle considerazioni sul dopo; cioè su quanto consenso utile si potrà contare per mantenere in piedi una leadership sempre più solitaria. Considerazioni, queste, che il premier avrà sicuramente già fatto.


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