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FLI: un “Lodo” poco lodato. Giustizia e politica per quale destra?

Gianfranco Fini e Silvio BerlusconiLa frase di Churchill citata in apertura sembra essere ancora una volta di estrema attualità e, soprattutto, molto indicata anche per dare un certo significato alle "piccole" cose italiane. Le ultime settimane sembravano aver creato le condizioni per diffondere un senso di rinnovata palingenesi politica per definire il percorso, e mettere alla prova la relativa volontà, di un nuovo “corso” politico. Un “corso” che di fatto non è andato molto in là dal presentare un’idea di fondo che riprendeva ideologicamente, e metodologicamente, seppur ricorrendo alle opportunità della tecnologia e della rete, la cultura del partito militante. Una cultura forse postalmirantiana per una possibile destra popolare moderna, possibilmente non populista, giustizialista nelle forme e liberale quanto basta in economia. Un’aspettativa comprensibile per gli ex di AN sopravvissuti all’imperfetto amalgama del PdL, certamente non incoerente con un percorso, se esisteva un percorso a questo punto, che avrebbe dovuto orientare il “nuovo” su valori del passato archiviati nel tempo recente per opportunità, o necessità necessitate, politiche di coalizione e di sdoganamento dal passato.

In questa corsa a definire e delimitare i limiti di una parte di destra esclusa dalla corrente maggioritaria degli ex forzisti, si è provato a ricostruire una militanza dove il popolo di AN, o di ciò che poteva restare di tale partito, potesse riconquistare un diritto di essere attore protagonista sulla scena politica nazionale e con esso il proprio leader. Un desiderio che nasce da una contraddizione estremamente significativa, e non celabile in verità, tra anime diverse che caratterizzano una singolare coalizione di destra dove al liberalismo e alla concezione aziendalistica del partito si somma un radicalismo populista e pseudo-federalista della Lega con il senso di Stato e di unità nazionale proprio della destra popolare di altri tempi. E’ evidente che questa è, e rimane, una contraddizione che non si esaurisce solo nella diversità degli approcci politici, ma nella diversa percezione dei sentimenti, nella non comune storia di un ceto nazionalpopolare a cui AN faceva riferimento in passato. Il tentativo di ri-legittimare una destra nuova non poteva,quindi, che maturare all’interno di due fattori decisivi: una leadership forte e carismatica e una serie di valori identificativi di una base allargata di militanti e di consensi provenienti, o che sarebbero dovuti provenire, dal ceto medio. Due condizioni che avrebbero richiesto però un mutamento complessivo della collocazione della parte finiana del PdL dal momento che le condizioni citate sono, e rimangono, incompatibili nell’assetto molto eteronomico del Popolo della Libertà.

C’è poi un altro aspetto non meno importante, ma dotato di una propria singolarità: quello delle riforme. Non c’è dubbio che essere riformisti non è una prerogativa solo della sinistra o di una parte di essa. Ma assumere a destra la responsabilità di cambiare il quadro di riferimento non è cosa semplice. Ciò vale per le riforme istituzionali e non solo. Ora, è vero che lo scontro sulla giustizia si è risolto con una sovrapposizione -chiamiamola così- tra le intenzioni e la volontà manifestata con il voto, tra un giustizialismo finiano molto manieristico, in verità, ed un garantismo forse un pò troppo accentuato pidiellino. Ma la scelta tra uno Stato giustamente garantista e uno Stato meno, o giustizialista, non è trascurabile nelle scelte politiche dal momento che essa caratterizza due modi di interpretare la giustizia in un modello di democrazia compiuta. Uno sicuramente in equilibrio tra necessità di giustizia, tutela dell'individuo e certezza, e compiutezza delle indagini se condotte al di sopra di ogni particolarismo, o opportunismo politico o aspettativa di vetrina mediatica. L'altro giustizialista, che animando le norme secondo l'opinione diffusa, e permettendone di fatto l’applicazione sulla scorta del sentimento del momento, non avrebbe messo da parte il particolarismo ma avrebbe rischiato di trasformare il terreno di riforma della giustizia, e di giusta ridefinizione degli strumenti di indagine, in un possibile scontro politico di cui, poi, ne avrebbe fatto le spese.

Uno scontro che avrebbe reso relativa ogni azione dal momento che i giustizialisti di oggi potrebbero per vari motivi, o ragioni politiche o personali, trasformarsi per vicende giudiziarie future, in garantisti domani ed è questa la vera riserva mentale, e politica, entrata in gioco nel voto a favore del “lodo”. Una riserva che mitiga, per entrambi, uno scontro che non difenderebbe nessuna delle parti ormai legate reciprocamente da volontà di cooptare il consenso di un ceto medio che ha ben presente giochi e ripaghi che sono il succo retrospettivo di una politica che ha sempre di più due verità pronte per l’uso. Una per l’opinione pubblica, l’altra per il gioco di potere. D’altra parte la legalità, di cui i paladini non mancano da destra a sinistra, non può avere due velocità nella determinazione del valore o muoversi su di un senso unico che diventa funzionale solo a garantire spazi di immunità ad alcuni, o diventare utile strumento di lotta politica condannando l’avversario per finalità elettorali. Proprio per questi motivi, la riforma della giustizia non è solo un problema giuridico.

E’ l’affermazione del senso che si vuole attribuire alla legalità che non ha colore, che non è monopolio di nessuno, né dei politici né della magistratura, ma dei cittadini che non possono essere ad un tempo forcaioli o anarcoidi secondo il colore o le convinzioni politiche del caso. Per questo, il senso di legalità che deve sottendere ogni riforma esiste ed è reale se tutti si assumono la responsabilità, e dimostrano con onestà, di essere assolutamente consapevoli del significato, dei contenuti e della necessità che comportamenti e dichiarazioni siano in linea con la coscienza e con il ruolo che si riveste e che nessun abbattimento di garanzie può essere condotto pena il rischio di una deriva politica verso poteri non elettivi e una minor credibilità della stessa azione giudiziaria.

Spostare su altri proprie debolezze, che riguardano partiti o poteri, istituzioni o persone, significa dimostrare un’incapacità a valutare sino a che punto il senso della legalità sia stato violato e ciò, in altre parole, vuol dire offendere il buonsenso e l'intelligenza del cittadino o, ancor più pericolosamente per non usare altri termini, coartarne la buona fede. Significa rendere strumentale l’uso della giustizia sia in un senso che in un altro, dimenticando che non esistono democrazie senza garanzie e sistemi processuali, e giudiziari, che non siano fondati sull’equilibrio tra le parti e sul completo distacco da logiche di potere, politico e giudiziario che siano. Significa ignorare che un modello democratico è tale perché oltre agli altri principi e diritti, prevale, sino a prova contraria una presunzione di innocenza -e non di colpevolezza- che non può essere barattata per nessun interesse di parte, di potere o di lotta politica che sia.


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