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La politica delle parole

Bastia Umbra, 6 e 7 novembre 2010. Prima convention di Futuro e Libertà.

Gianfranco FiniIl 6 novembre è stato il giorno dei discorsi, dello scambio di affettuosità ideali tra leader impegnati a conquistare o la propria platea di fedelissimi o a provare ad ascendere ad una leadership consolidando un processo di riconquista non così semplice. Dopo la svolta forzosa di Fiuggi, il contropiede di Berlusconi con il Predellino, il presidente della Camera tenta la terza via con una formula decisa nelle parole, ma politicamente interlocutoria nei fatti. E’ vero che ciò che sopravvive alla militanza post-almirantiana, e non riconosciutasi più nel PdL, nella convention umbra ritrova se stessa. Tuttavia, nell’entusiasmo generale, vengono anche a galla le contraddizioni di ieri che, al di là della possibilità di essere legittimamente “ambiziosi”, deve fare i conti con una capacità della gente comune di apprezzare il vero significato dei passaggi di ogni leader. Significati che si possono rinvenire edulcorando dalla retorica i discorsi più aulici, politicamente corretti, emotivamente applaudibili ma sostanzialmente ovvi.

Fini spiazzato da Berlusconi in passato tenta di smarcarsi ancora una volta, non si sa per quanto, da un partito che ha reso la politica ipertrofica approfittando di un’opposizione incapace di assumere caratteri di unitarietà di azione e di obiettivi. Una sinistra divisa tra le correnti del sindaco di Firenze, l’ufficialità della direzione di Bersani ostaggio della fenice vendoliana. In questo regno del caos organizzato, una via d’uscita da un’impasse che coinvolge tutta una classe politica - desueta nei modi e nei contenuti, che rinnova se stessa come se si rinnovasse un guardaroba - difficilmente può essere affidata solo ad elezioni anticipate senza che avvenga, preliminarmente, un cambiamento di leadership significativo.

La confusione regna sovrana in un modello dei partiti sempre di più autoreferenziale, che si autoalimenta di gossip di pessimo gusto e che conduce la lotta politica sul piano del discredito piuttosto che sui fatti, sugli obiettivi e sui risultati politici. Pubblico e privato si sovrappongono rasentando il limite di una grottesca rappresentazione del male assoluto visto nell’avversario senza, al contrario, che si tenti di battere l’avversario sui contenuti. Ciò che emerge oggi non è un confronto politico sui valori. Ma è la rappresentazione pirandelliana di protagonisti di se stessi che cercano nella sopravvivenza di un ruolo, o nella rivincita sulla marginalità che li avvolge, la garanzia di continuare ad assumere il potere a ragione di vita. Una non novità si potrebbe dire perché ciò accade da tempo. Da almeno una decina di anni. Ma è proprio per questo che i risultati di oggi non sono altro che il completamento di una classe politica cangiante negli interessi, ma non nelle persone... ovviamente e -visto che non ce ne sono- meno che mai nelle idee. Affermarlo non è una novità.

La novità sarebbero dei giusti passi indietro, ma nessuno dei leader ha coscienza e consapevolezza dell’ora del disarmo. Nessuno dei protagonisti ha qualità e capacità tali da essere attore principale di un copione nuovo e di una nuova scenografia che non ricalchi i palcoscenici di ieri, oggi ancora uguali nella sostanza, perché solo disegnati con cattivo gusto. Nessuno dei leader si può auto-assolvere per qualcosa che in qualche misura ha permesso che ciò accadesse. Lo stesso cittadino italiano inizia a chiedersi, allora, dove fossero stati ieri, e ieri l’altro ancora, Berlusconi vigente o meno. Il sistema politico creatosi nel 1994, e “riformato” nel 2008, è evidentemente al collasso, esattamente come la cosiddetta “prima repubblica” quattordici anni fa.

Il partito di Fini, se non orientato verso programmi politici veri, verso obiettivi definiti e risultati misurabili, rischia di trasformarsi, imbarcando ex degli ex, in una camera di compensazione di incertezze, di scontenti del PdL, di coloro i quali sapevano da tempo di non avere possibilità alcuna di essere ricandidati in futuro. Se il rinnovamento non si giocherà secondo una volontà e attraverso formule politiche tali da smarcarsi da un centrodestra ambiguo nei contenuti e reale solo nella posizione fisica dei seggi, l’organicità di FLI al precedente sistema lo renderà inadeguato a rappresentare una valida alternativa. E ciò non potrà non trascinare con se elementi di rischio.

La mancanza di lavoro, la contrazione delle risorse occupate, le ridotte opportunità di crescita individuale ridottesi ancor di più a causa di un dominio di scelte non meritocratiche -che tendono a premiare l’omologazione piuttosto che un’eccellenza diffusa e di qualità- portano ad un abbattimento del senso di legalità nei giovani con un minor riconoscimento nello Stato quale categoria politica superiore alla comunità e sempre più discredito verso l’azione politica. Stato e politica entrambi in crisi mentre, entrambi, avrebbero dovuto assumersi da tempo il compito, e la responsabilità costituzionale, di favorire la crescita dei propri cittadini e consentire l’accesso a sempre migliori qualità della vita distribuendo, proporzionalmente alle capacità e alle funzioni svolte, le opportunità medesime.


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