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Un governo e una nazione fuori gioco

Napolitano, Fini, Schifani
Il governo è ad un passo dal decidere se sopravvivere ad un uragano di incomprensioni, a dei giochi personali condotti sulle spalle di un leader che ha confuso, e non poco, la sfera privata con quella pubblica. Un leader che ha per molti deluso. Un leader che ha, in realtà, mancato le aspettative anche di una parte della sinistra di qualche anno fa che vedeva, nella sintesi del panorama politico italiano e nel fenomeno Berlusconi, un modo per chiarire al proprio interno una serie di rapporti difficili derivanti da un eccesso di personalismo. Eccessi che, ancora oggi, rappresentano la debolezza vera di un PD che non rappresenta ciò che avrebbe potuto: una socialdemocrazia moderna, occidentale, il giusto contraltare dialettico per un partito popolare a destra.

Ma la delusione è, soprattutto, nell’area di un popolarismo, da non scambiare con populismo, italiano che non è maturato dopo la fine dell’esperienza democristiana. Un popolarismo che si è ancorato, cercando di resistere al dissolvimento della DC, affidandosi al mito dell’uomo nuovo, al successo, alla filosofia della promozione del fare. Un popolarismo stantio che si è appropriato con abilità del presente, di una parte del Paese sempre più in bilico tra un liberalismo individualistico, per certi versi edonisticamente di maniera, e un conservatorismo d’occasione.

In questo ambiguo gioco a complicare una realtà già di per sé difficile, ovvero una situazione di transizione senza fine, ci sta tutto, proprio tutto e il contrario di tutto. Ci stanno accordi trasversali, segnali preliminari su come dividersi cariche e ruoli istituzionali in futuro, alleanze sino a ieri improponibili votate a salvare il Paese, ma sempre esprimendo quali protagonisti coloro i quali il Paese hanno contribuito a renderlo fragile, economicamente, socialmente e politicamente. Affari di famiglia, una giustizia a più velocità, una economia non governata e una politica estera fatta di rocambolesche azioni sormontate da un internazionalismo d’occasione, Leggi elettorali, o, meglio, regole del gioco che cambiano man mano si debba affermare l’una o l’altra maggioranza, o mantenere gli uni e gli altri privilegi attraverso la politica familistica che trasforma il clientelismo in una regola. Ostacoli, questi, che hanno impedito all’Italia di consolidarsi quale democrazia matura limitandone la credibilità del Paese.

In questa crisi aperta non da altri, ma dallo stesso Presidente del Consiglio suo malgrado -che ha perso di vista il credito riformatore e innovatore che gli era stato attribuito da un popolo, quello italiano, fondamentalmente conservatore e poco incline alle rivoluzioni- ormai tutto è possibile. E’ possibile chiedere, ancorché costituzionalmente previsto, ma politicamente non definibile, lo scioglimento, e andare a votare, per una sola Camera. E’ possibile che una vecchia politica che tenta l’ultima sua mossa affermi che oggi sia ancora qui “…per dare insieme risposte al Paese...”. Ovvero, proprio quelle risposte che né ieri né ancora oggi hanno saputo dare ad un Paese fuori campo. Un Paese sulla via del declino morale, etico, giuridico e giudiziario oltre che politico ed economico.

L’affermazione di Rutelli, transfugo da tempo coprendo posizioni non sempre coerenti per un percorso conservatore dell’ultima ora, rappresenta solo uno dei tanti momenti in cui il futuro del paese sembra giocarsi non sulle idee o sul da farsi, ma nel garantire, ancora una volta, leadership sempre più consunte e che ereditano oggi ciò che loro stesse hanno costruito ieri. La ragionevolezza di Fini, che risponde così ad un dipietrismo fine a se stesso -e che esisterà solo sin tanto che esisterà l’avversario Berlusconi- è certamente condivisibile laddove indica che il futuro non si costruisce sulle spalle di un avversario. Tuttavia, però, ciò necessita di contenuti e di forme concrete di ricostruzione di un modello popolare che, per essere tale, e disporre di una sua identità, non può scendere a compromessi con un presunto riformismo che ha dimostrato una sua immaturità politica.

Avere una comune visione del futuro significa riconoscere una comune volontà di rispettare regole del gioco, di porre in essere azioni politiche concrete, di dare risposte al cittadino e alle imprese, ai giovani, agli anziani e agli immigrati. Significa riportare al centro della politica l’uomo in una visione da leadership orizzontali e non verticali. Una scelta, questa, che può dirsi compatibile con un assetto a maggior autonomia istituzionale dello Stato. Perché oggi, essere troppo “post” in Italia non è proprio un buon modo per ri-iniziare. Ci vuole il coraggio di ri-mettersi in discussione, e ciò vuol dire anche accettare di fare dei passi indietro, rinunciare a cariche, a poltrone, essere consapevoli di esser parte di un passato e di non poter appartenere al futuro.

Berlusconi ha forse deluso molti, ma hanno deluso in tanti. Hanno deluso coloro che dovevano sostenerlo o decidere di non farlo anche in passato. Hanno deluso coloro che dovevano opporvisi e si sono trincerati prima di tutto dietro logiche di partigianeria privata per difendere posizioni di partito. Andare, a questo punto, a caccia di un unico responsabile non credo sia umanamente corretto dal momento che, in fondo, questo è stato sino ad oggi il nostro modello di società e di politica che il Presidente del Consiglio ha interpretato. Decidere chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio, a chi offrire la Presidenza della Repubblica e come offrire una via d’uscita onorevole a Berlusconi non credo sia di interesse per questo Paese. Un’ulteriore lottizzazione delle cariche dello Stato, ridistribuendole secondo un retaggio antico ci riporterebbe indietro e non coglierebbe il momento: quello di una riorganizzazione sostanziale della politica, del suo ruolo. Della novità che serve al Paese fatta di idee protagoniste e non di protagonisti targati vecchia Repubblica. Perché l’Italia di tutto avrà bisogno oggi, ma certamente non di ritornare ad un nuovo passato.


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