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Un Paese fragile

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C’è una buona produzione di commenti che si trasformano, man mano, in saggi consigli da parte di una stampa periodica che si esercita a fare previsioni a metà strada tra l’astrologica analisi dei movimenti delle galassie dei partiti e la reale vita quotidiana. E c’è, ancora per confermare una tradizione tutta italiana, una visione complessiva di una confusione endemica all’interno della quale sopravvivono tutti… e bene. Certo la crisi è crisi politica, è evidente per tipologia, ma non è una crisi di contenuti. O, almeno, non sono i contenuti ad essere i veri protagonisti del dissenso e del confronto dialettico. Questi, laddove si tenti di riempire i vuoti di idee, servono solo a realizzare una nebulosa cortina di fragile apparenza per nascondere ciò che è sempre il motivo italiano del cambiamento: un semplice, solito, gioco di potere. Certo, la politica è lotta per il potere ma è anche, se non soprattutto oggi, il luogo di affermazione di un modo di vedere, di un punto di vista maggioritario ma non solo di guardare al come una società vuole amministrarsi, governarsi, crescere ed essere attrice del suo futuro.
Di fronte allo spettacolo che osserviamo ogni giorno non si vede la società come protagonista, ma attori preoccupati solo del loro futuro. Attori che hanno scelto coalizioni per entrare a palazzo e poi mutare il leader di riferimento, paventare aventini coraggiosi ma mai realizzati, assumersi a salvatori di una Patria che hanno utilizzato per consolidare animi e sentimenti e poi abbandonare ad una deriva prevedibile da anni, ma non prevenuta negli anni.

Di fronte ad un simile scenario ci si potrebbe anche chiedere che cosa ci sia da commentare che non si commenti da se. Forse il caos politico del nulla vestito di niente? O forse la celebrazione quotidiana di una legalità dominata dai soliti censori senza memoria, o senza storia? Censori che fissano e creano movimenti o personaggi per crescere all'ombra dei drammi altrui? O, ancora, commentare il futuro passato di un presente melodrammatico in attesa di un giudizio universale che in Italia si traduce in un voto di (s)fiducia da parte di chi ha voluto e chiesto di essere messo in lista con tanto di nome del presidente a cui fare riferimento? O commentare velate possibili alleanze tra leader in rosso e arcobaleni e l'acqua santa in bianco/tricolore? Oppure, ancora, credere che chi è da anni, da troppi anni seduto al comodo scranno senza essersi mai speso in un’attività civile, ovvero confrontandosi con i bisogni e le necessità di ogni giorno, possa oggi riformare un Paese che non ha voluto cambiare prima?

Si potrebbe parlare del valore della dignità, ma sono le verità che poi si dissolvono sempre di più nelle ipocrisie quotidiane di un Paese fragile, diviso tra le nebbie padane e il disamoramento e disaffezione del nostro Sud. O si potrebbe discutere se esista un impegno civile che vada al di là della generosa e silenziosa opera di chi fa davvero senza diritto di tribuna o di palcoscenico. Ma anche l’umiltà diventa una chimera poiché sacrificata alla personalizzazione di eroi che non creano giusti e critici seguaci, ma celebrano se stessi - tra libri e TV - condannando alla disgrazia quotidiana coloro dei quali raccontano, ma ai quali non si offre - e non gli si crea - una minima, vera, onesta via d'uscita.


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