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Storie di ordinaria follia politica

Casini, Fini e RutelliL’Italia ha aspettato con ansia il voto sulla fiducia all’esecutivo della Camera dei Deputati. Un’attesa stranissima. Una sorta di attesa di un evento da cui sarebbero dipese le sorti di un Paese che, in verità, dell’ingovernabilità o, meglio, dell’instabilità ne ha fatto la miglior certezza sulla quale poter contare negli affari politici dalla fine degli anni Sessanta ad oggi. In politica, scienza od arte del compromesso o del gentile inganno che sia, la difesa delle idee si scontra con la logica dei numeri e su questo nulla può essere fatto. Non ci sono solitudini su cui poter contare. I numeri sono privi di sentimento quando il confronto sulla conta delle potenzialità personali è prevalso sul confronto sui contenuti, su cosa fare per gli italiani e per l’Italia.

E’ la logica dei numeri, la stessa logica che ha fatto nascere oggi il Polo della Nazione. Un’idea di alternativa multisfaccettata di esperienze e personalità della repubblica di sempre. Personalità che potevano, se questa era loro intenzione, formulare la proposta ancor prima di oggi o, fors’anche, prim’ancora del 2008, anno fatidico del coagulo tra AN e Forza Italia nel condominio forzato di un PdL poco libertario. Ciò che gli italiani si sono chiesti, si chiedono e se lo chiederanno domani, quando questo voto sarà storia, é perché se Fini voleva allontanarsi dal PdL non lo ha fatto prima, magari affermando un'idea nuova e con opzioni chiare di alternativa, non oggi, meglio ieri, con posizioni altalenanti di compromessi possibili dell’ultima ora offerti al Premier del tipo “..dimettiti e poi ripresentati...".

La coerenza nella condotta di una battaglia (anche politica) la si definisce prima con posizioni chiare e con scelte di campo assolutamente incontrovertibili. Ogni tentennamento tattico rischia di pregiudicare l'esito della battaglia stessa e rende inutile la strategia a premessa. Definire poi la fiducia ottenuta per pochi voti alla Camera una vittoria di Pirro non è certamente un’analisi che fa onore a chi l’ha proposta dovendo ricordare a costui che, in politica, si può perdere anche per un solo voto e costringere il Paese alle urne come fatto dalla sinistra con il governo Prodi. Ciò che rimane è che il voto è andato come è andato e poco importa la quantità dello scarto.

La legge elettorale non cambierà, soprattutto perché a buona parte dei parlamentari, di destra e di sinistra che siano, non converrà che cambi come non converrà alle segreterie dei partiti che potranno scegliere e nominare secondo opportunità. Governabilità? Una parola che esiste nel nostro vocabolario, ma che in Italia non è mai stata politicamente necessaria dal momento che la provvisorietà del giorno per giorno è la migliore panacea alle paure del domani. D’altra parte, non è la governabilità il vero valore dell’oggi, ma la continuazione e reiterazione di un conflitto ormai sempre più personale dove la politica è solo cornice senza tela. Ed proprio dentro questa cornice senza tela  che il governo cercherà di sopravvivere fin tanto che ci riuscirà senza drammatizzare, consapevole che, in caso di crisi, il ritorno alle urne con la legge elettorale vigente garantirà successo a quella coalizione che magari vincerà anche di misura ma che, nonostante ciò, potrà contare sul premio di maggioranza. Un premio, quest’ultimo, per il quale anche  solo quattro voti in più saranno tanti, tantissimi, per restituire la maggioranza ancora una volta, malgrado tutto, al Premier o a chi rappresenterà la sua coalizione alle prossime elezioni politiche.


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