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FLI: a conti fatti

Dare colpe all’avversario politico non è sempre una buona scelta per due motivi. Il primo perché se è un avversario parlarne, bene o male, lo rende comunque importante, gli restituisce essenzialità nel gioco dialettico dal quale si tende ad escluderlo. Il secondo motivo è che o si hanno dei contenuti politici sui quali ricondurre il dissenso dal vecchio alleato, per poi costruirne la distanza o, altrimenti, si rischia di far rientrare dalla finestra ciò che non doveva essere: un mero calcolo, politico, ma calcolo. Quanto avviene in queste ore nella compagine di Futuro e Libertà è sintomatico di un modo anomalo di procedere alla creazione di una formazione politica lungimirante e di un difetto nei presupposti che si paga man mano e che non è dovuto solo ad una probabile abilità di trasferire - pur essendo possibile a vario titolo - un metodo da campagna acquisti calcistica in Parlamento.

E, questo, perché se così fosse, e potrebbe essere, sarebbe quantomeno singolare per non usare altri termini forse più appropriati, la posizione assunta dal Presidente della Camera. Singolare perché, se fosse vero, un Presidente della Camera avrebbe l’obbligo, non solo politico ma morale, di esplicitare i modi, modalità e contenuti di tali metodi se evidenti in quanto carica terza rispetto ai partiti e assumere le iniziative politiche e personali conseguenti. Singolare, ponendo il fatto che abbia scelto coscientemente di non essere terzo, che non sia stato più accorto nel valutare uomini e motivazioni nel passaggio di deputati e senatori dal Popolo della Libertà a Futuro e Libertà sino a ieri. Altrettanto singolare, per non dire grottesco, è che un neonato movimento politico come FLI abbia atteso la propria “Costituente” non per consolidare un progetto politico definito, ma per render ancor più instabile e nebuloso il quadro politico all’interno di un centrodestra orfano di idee, ma non di leader, e, con questo, contribuire a sommare caos su caos nel quadro politico nazionale, prevalendo anche in questa avventura personalismi di ogni sorta.

Caso più unico che raro nella storia politica occidentale di un partito che non si “costituisce” nella sua manifestazione collettiva più importante ma che si erode man mano alle fondamenta, le vicende del partito dei finiani dimostrano come e quanto fossero valide le riserve espresse da mesi su un modo di offrire un’alternativa dapprima “interna” al Popolo della Libertà e, poi, forzatamente esterna. Dimostra quanto essa rispondesse, e risponda ancora oggi, forse più ad una logica personalistica, magari cresciuta all’ombra del Presidente Fini, che non di contenuti. Un disegno personalistico che forse credeva di realizzarsi nel far valere in qualche modo un peso politico personale per rispondere all’azzeramento e all’omologazione berlusconiana nelle decisioni di partito relative all’esecutivo e alle scelte delle candidature, alle politiche quanto alle regionali, se non pure nei coordinamenti vari.

Dimostra quanto i presupposti del rilancio movimentista di tipo ex-aennino fossero più orientati, strumentalmente, a paventare la minaccia di una scissione per accreditare aspettative disattese nei confronti di alcuni esclusi di area Alleanza Nazionale, che non a offrirsi come alternativa politica, genuinamente indipendente e originale sin dalla prima ora senza pensare alle poltrone di domani. Un rischio, la scissione, ma non considerato dal premier e, da qui, la scelta obbligata degli ultimi mesi: quella di trasformarsi da movimento a partito data l’immodificabilità del quadro di potere interno nel PdL, nell’esecutivo come nelle periferie del Paese. Se questo è, e il ragionevole dubbio si conforta con gli eventi odierni e si consolida man mano, FLI oggi paga il pedaggio di un difetto di origine con pari logica di pensiero di chi se ne va. Cioè, il mettere avanti l’interesse di alcuni e del loro “futuro” politico rispetto alle idee di domani.

E’ evidente, in altre parole, che sia nel lasciare il Popolo della Libertà che nel ritorno home sweet home qualcuno e forse più, ha fatto dei conti ben precisi e che, in questo metodo di (non)fare politica anche Futuro e Libertà abbia una sua responsabilità. Sino a ieri, infatti - se si leggono le notizie più ricorrenti e i commenti postati anche sulle diverse piattaforme dedicate presenti nel web - l’argomento più diffuso era il valutare - lo stimare con incarichi ad hoc attribuiti a esperte agenzie di sondaggi - le percentuali possibili in caso di elezioni politiche che FLI avrebbe potuto raggiungere sottraendo consensi al Popolo della Libertà e a parte della sinistra moderata. Si è parlato sempre e solo di sondaggi, di percentuali, su quale target di elettori si sarebbe potuto contare su un futuro ritenuto molto prossimo. I programmi politici, le idee su cosa fare per il Paese di diverso rispetto alla politica stantia di oggi, su cosa si volesse fare in “concreto” hanno assolto bene, all’inizio, alla loro funzione: essere un semplice utile contorno. Nulla di politicamente significativo, al di là dei conti.

Nulla di politicamente interessante se non populismo e giustizialismo riproposti sui luoghi comuni che il berlusconismo ha creato e favorito nostro malgrado. Nulla di più nefasto dell’aver ricondotto il confronto politico sulle vicende personali del premier. E i conti se non tornano per FLI tornano per chi se ne va. I conti sulle percentuali sono stati e sono, insomma, l’argomento quotidiano. Mettendo da parte l’idealismo e una coscienza politica che non c’è, non vi sarebbero, e non ci possono essere, altre spiegazioni se non quelle che ogni transfugo di ieri abbia fatto i conti con le probabilità di rielezione calcolate in relazione al risultato elettorale possibile di Futuro e Libertà. Qualcuno ha fatto i conti sulle condizioni che potrebbero ancora una volta garantire la propria ricandidatura con il Popolo della Libertà, piuttosto che rischiare investendo su FLI. Conti alla ricerca della soluzione che offre le migliori garanzie di rieleggibilità, stante la legge elettorale in vigore, fiduciosi, magari, nella riconoscenza del premier in caso di ritorno a casa con l’assicurazione di una ricandidatura vincente. Argomenti, e conti, questi, validi per molti e che valgono più di qualunque sacrificio ideale, politico e personale.

Un quadro dei conti che è molto chiaro anche per chi legge il giornale tranquillamente al mercato e si ferma a riflettere tra un acquisto e l’altro. Tanto chiaro che se si volesse ragionare in termini di prospettive elettorali – che forse qualcuno di FLI avrebbe dovuto fare prima - le considerazioni non possono che essere le seguenti: 1. Se si dovesse andare alle urne e Futuro e Libertà si presentasse come formazione autonoma, stante ai sondaggi odierni, non ci sarebbero possibilità di rieleggere tutti i parlamentari che sono confluiti nel movimento/partito finiano “prima” della Costituente pur superando lo sbarramento del 4%. 2. Se FLI dovesse convergere in un unico polo con Unione di Centro e Alleanza per l’Italia non avrebbe la stessa percentuale di voti – in proporzione, all’interno della coalizione - che otterrebbe correndo da sola, dal momento che molti elettori di destra poco capirebbero, e poco giustificherebbero, un’alleanza in tal senso, ammesso che il partito di Casini accetti le condizioni poste dai finiani. 3. Se FLI dovesse confluire in un terzo polo dovrebbe considerare che a fronte di un risultato “misurato” dell’Unione di Centro essa può mettere sul “tavolo dei negoziati” solo stime tendenziali tenuto conto che le prossime amministrative non saranno nemmeno un test sufficiente per fare dei conti attendibili.

Pertanto, non potrebbe chiedere nulla di più che l’Unione di Centro non voglia concedere in termini di posti sicuri nella formazione di possibili liste unitarie. E, questo, perché sarebbe difficile per Casini spiegare, o chiedere, ai propri parlamentari uscenti perché e per chi qualcuno dovrebbe rinunciare ad una ricandidatura in posizione di successo per fare spazio ad un candidato in quota Futuro e Libertà. Poi sulla leadership del possibile terzo polo, o sulla soluzione di un triumvirato, meglio sorvolare. Il quadro è estremamente semplice, troppo semplice. Condirlo di parole, belle, o di idealità è quantomeno farsesco in una politica egoistica che vive di calcoli, di parole, non di fatti men che mai di lavoro quotidiano. Giustificare, poi, insuccessi o delusioni attribuendone la colpa all’avversario significa avere una visione miope della realtà. Significa continuare a giocare al poker politico mischiando le carte sbagliate di un mazzo sbagliato. Tutto questo mentre Berlusconi, giudizi e non giudizi, continua a giocare con il proprio mazzo riprendendosi le carte.


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