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Tanto peggio tanto meglio?

Elezione Politiche 2013La kermesse politica sembra avviarsi alla fine. Almeno per quanto riguarda il delinearsi dello scenario. Analisti, sondaggisti, cabalisti e altri indovini mediatici o meno e saggi del dopo voto si affannano a giustificare errori di previsione, a valutare le possibili alleanze, guardare all’orizzonte un governo che sarà un prodotto tipicamente italiano di debole compromesso da finanziaria. C’è anche chi auspica che l’Italia diventi un case study sociologico interessante per come questo Paese si presenta il giorno dopo le elezioni più assurde, e in un certo senso più insulse, della storia repubblicana.

In questo giro di valzer, tra esclusi eccellenti e neofiti senza carta, lo stallo è l’unica alternativa possibile per affermare che tra legge elettorale e capacità di leadership esprimibili questa Italia presenta una democrazia ancora una volta ingessata tra piccoli oligarchi di partito che entrano e che escono. E tuttavia, per quanto si possa “studiare”, il fenomeno Grillo non può essere considerato una patologia politica o un semplice voto di protesta. A ben guardare i voti di protesta sono due. Uno, appunto, il Movimento 5 Stelle e l’altro il voto al PdL. Non ci sono aspetti che possano meravigliare per un risultato già scritto. Per poter prevedere senza riti e magie come sarebbe andata a finire sarebbe stato sufficiente ascoltare la gente piuttosto che affidarsi a sondaggi su campioni preconfezionati.

Grillo è stato, e diciamolo con onestà intellettuale, "volutamente" e “bipartisanamente” sottostimato. Il rischio di un effetto bandwagoning - gli esperti di comunicazione lo hanno capito bene mentre gli esperti "politici" molto meno - era alle porte ed è ciò che è avvenuto seppur tamponato dalle capacità mediatiche del Cavaliere, attraendo il voto degli indecisi. Certo gli indecisi non avrebbero votato FLI - con buona pace di chi ancora oggi crede che il partito di Fini potesse presentarsi come una novità - né, tantomeno, la lista Monti, occasione persa di novità come dichiarato qualche mese fa dallo stesso Passera.

La lista del “ Professore” poteva essere la novità se avesse evitato che per molti aspetti e in molte parti d'Italia Lista Civica, o meno civica, non fosse stata altro che un tentativo di presentare sotto una nuova facciata ciò che sarebbe rimasto dell’UdC. D’altra parte, è quanto meno singolare che un leader politico di un partito come Casini non si sia candidato alla Camera come capolista. Ciò sarebbe stato dovuto (in questo Fini è stato più coerente). La verità è che il Senato avrebbe, come ha, garantito a Casini il suo posto in Parlamento con l’aspettativa, magari, di provare a candidarsi alla Presidenza della Repubblica. In ogni caso Scelta Civica un merito, se di merito si tratta visti i risultati, lo ha avuto: quello di aver azzerato i propri alleati: FLI e UdC. Il PdL ha resistito grazie all’energia di un leader che conosce tanto quanto Grillo gli italiani e il loro modo di credere alla pubblicità degli animi e delle tasche.

Bersani si è trovato in mano una vittoria di Pirro premiata, nella sua esiguità, solo dal sistema elettorale e paga il prezzo storico di non aver saputo mutare la propria capacità di fare politica superando un retroterra postcomunista e cattolico pseudoriformista per una sinistra sempre più d’antan nella quale stenta ancora oggi ad affermarsi un’offerta socialdemocratica che in Italia manca e di cui il PD non ne è ancora espressione. E su tutto questo, ovviamente, incombe l’incognita 5 Stelle. E, in virtù di tale spettro che si aggirerà con molte forze in Parlamento c’è qualcuno che adesso, a sinistra, parla di possibili convergenze.

Ci sarebbe, però, se così fosse, solo un piccolo particolare che segna come improbabile tale possibilità e renderebbe difficile una governabilità nel tempo. Il fatto che il leader del Movimento 5Stelle non sia presente in Parlamento, ovvero non è un parlamentare eletto. Ciò lo renderebbe scevro da ogni possibile condizionamento “parlamentare” e libero, quindi, di autointerpretare il ruolo del suo Movimento a necessità. E, se ragionassimo da italiani, questo non sarebbe poco. Insomma, una leadership da “remoto” che guarda, osserva e decide senza doversi confrontare in aula. Ed è questo l’aspetto che sfugge agli analisti e al PD. Ma, guardando in avanti, quale sarà il futuro? Il rischio oggi è che in ogni partito, tranne Grillo, dopo averci affascinato con prospettive di apparente rinnovamento, si presentano - al di là dei leader - le seconde e terze schiere della vecchia ciclopica partitocrazia all’italiana. Gli ultimi da accontentare.

In questo Parlamento ci sarà di tutto. Imprenditori senza impresa, consulenti di facciata con competenze virtuali, cattolici dell’ultima ora convertitisi all’occorrenza che si sono esercitati e si eserciteranno spiritualmente professando valori che non rappresentano, accademici economisti da supermercato che non hanno però il senso pratico della migliore casalinga in tempi di crisi. Un collage di personalismi, ancora una volta, che da tempo si sono ammucchiati in attesa del loro momento vivacchiando tra coordinamenti provinciali e regionali di partiti e partitini in attesa di un posto in lista. Il dato comunque che emerge da questa campagna elettorale è che nessuno ha mai dimostrato di avere un programma articolato, un disegno unitario, concludente per questo Paese.

Certo, si potrebbe essere europeisti ma non con politiche di basso profilo. O puntare alla crescita, ma non senza premiare il merito e le capacità e non le disponibilità. O evitare il cognome importante se non la rendita politica per tradizione di famiglia o di casta. Tuttavia, nessuno, al di là degli slogan o degli happening di circostanza, ha manifestato idee chiare lasciando spazio ancora una volta, nel vuoto di potere in cui viviamo e vivremo endemicamente ormai, a chi vorrebbe finalmente vivere anche lui da politico con gli onori di una nobiltà che non gli appartiene, conti correnti nonostante o altre capacità conquistate in un modello di società - poco libertaria, giustizialista quanto populista alla bisogna, ma corporativa nell’intimo - che non premia le menti e le libere intelligenze.

Questa legislatura sarà, e lo si sapeva, una legislatura di transizione. Sarà una legislatura dove troveremo ancora una volta in vita - Grillo nonostante - ciò che rimane della vecchia classe politica rappresentata da una parte dagli eterni esclusi votati adesso alla conquista di ciò che rimane del Paese e della sua ricchezza e dall’altra da ciò che sopravvive delle segreterie politiche. Ma anche pochi, veri, sia a destra che a sinistra, uomini di coscienza che non faranno la differenza ma sopporteranno, nel tempo, la fine di un’epoca che si risolverà solo dalla legislatura successiva a quella che sarà - se l’orizzonte che vediamo oggi si presenterà con simili volti e ( poche) idee - inaugurata non molto lontano.


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