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Populismo all’attacco: abolire le Regioni

Non è certo una sorpresa capire che la vita politica di questo singolare Paese che è l’Italia si misura ogni giorno con una tendenza o allo scandalismo più efferato o al sensazionalismo più radicale. E, in entrambi i casi, essere consapevoli che essa produce due risultati affermando un credo e ricercando una credibilità. Nel primo caso, un credo post-ideologico, combattendo ciò che resta del passato partitocratico, attraverso una prospettiva giacobina che farebbe arrossire un Robespierre. Nel secondo, legittimando scelte e proposte di riforma - che non tengono conto di alcuna analisi politica e giuridica sui principi organizzativi ed amministrativi attraverso i quali si è costruito questo Paese - attraverso il chi urla di più.


Che la struttura amministrativa si sia man mano ingigantita e sovradimensionata non è in discussione. Così come, altrettanto, non penso vi siano dubbi sul come e quanto la partitocrazia multicolore italiana abbia ben vissuto grazie ad un sistema di diffusione e divisione del potere tale e tanto da mantenere a spese del contribuente eserciti di dirigenti di partito e di pubblici funzionari. Tuttavia disancorare la scelta costituzionale di uno Stato decentrato - che vuole ancora oggi presentarsi come formula più aderente ed adeguata per affermare uno Stato-Comunità secondo ragioni di identità culturale e di migliore aderenza dell’azione amministrativa sul territorio - auspicando l’abolizione oltre quella, possibile, delle Province, anche delle Regioni è chiaramente l’ennesima trovata populistica.
 
Abolire le Regioni significherebbe archiviare una parte importante della nostra Carta Costituzionale. E’ vero. Ogni costituzione si può riscrivere. Ma una ri-scrittura presuppone un salto di qualità ed una coscienza diffusa che certamente non può trovare spazio in una distruzione aprioristica del passato o nella giustificazione di una “Italia Anno Zero” che annulli ogni precedente esperienza. La proposta del leader pentastellato racchiude in essa un pericolo di frammentazione e di disintegrazione di quei minimi assetti istituzionali che, nel rispetto delle diversità, avvicinano e dovrebbero rendere protagoniste le comunità verso se stesse e queste verso le altre attraverso lo Stato.
 
La scelta costituzionale del 1948 riconosceva, e riconosce, perfettamente le autonomie locali e le minoranze al punto tale da attribuire loro, con l’articolo 5, dignità costituzionale. Ponendole, così, quali garanzie diffuse contro ogni prospettiva totalitaria e affidando alle Regioni il compito di difendere le singole identità in una prospettiva di coagulo di culture e storie locali condivise. Far pagare alla Costituzione le colpe dell’incapacità di chi non è stato in grado di attuarla pienamente e compiutamente è un esercizio di facile retorica politica priva di lungimiranza. Buono per creare un hashtag. Pericoloso per la già fragile identità di un Paese in perenne transizione.
 
Il fatto che l’Italia sia uno Stato a regionalismo ancora incompiuto nei risultati – o con un rapporto tra Stato centrale e Regioni poco simmetrico perché non costruito su basi di leale e capace azione di gestione amministrativa ed economica - non è certo causa delle previsioni costituzionali, ma risultato di incapacità e disonestà. Certo, forse il leader dei Cinque Stelle potrebbe avere ragione se guardassimo con criticità alle riforme tentate e/o paventate dalle diverse forze politiche in questi ultimi decenni. E potrebbe avere ragione se sottolineasse, con compiutezza di argomenti politici e non solo, che le possibili “riforme” non sono state motivate e poste in essere per favorire un migliore funzionamento dello Stato-organizzazione. Bensì solo per soddisfare obiettivi di potere partitocratico, cercando di conquistare istituzioni alle quali la Costituzione stessa affidava precisi e particolari compiti e funzioni.
 
Che il regionalismo italiano sia in cerca di una sua identità è indubbio, dal momento che il suo mancato funzionamento in termini di efficacia dell’azione di governance si è perso nelle ragioni del successo personale o del partito. Ma non ritenere le Regioni uno strumento organizzativo di raccordo necessario tra l’identità statale e le comunità periferiche significherebbe porre al di fuori di qualunque condivisione di obiettivi ognuna e tutte le comunità nazionali. Stato e Regioni sono elementi fondamentali per creare quella “rete” fatta di nodi e raccordi tra comuni, enti o altri soggetti protagonisti della vita economica e sociale del territorio che la Costituzione pre-web aveva già individuato come necessaria per un Paese che assume la cittadinanza attiva non come vanità “politica” del singolo, ma quale condivisione. E, per questo, anche per un cultore della “taumaturgia” della “Rete”, dovrebbe essere semplice capire che il problema forse è che significato dare al termine “Rete” in un modello nel quale la “Rete” è già costituzionalmente rappresentata dalle autonomie locali e dal loro “raccordo”. E, cioè, se in un’ottica post-costituzionale sarebbe opportuno e vantaggioso mettere in gioco lo Stato-Rete in quanto tale a favore di tanti web-arcipelaghi dove ognuno costituzionalizzerebbe se stesso.
 
Ma in questa proposta abolitiva, pur nel voler combattere, comprensibilmente, le vecchie smanie partitocratiche tipiche degli avversari, alla fine c’è chi propone smanie manifestamente populistiche, ma …sulla pelle della Costituzione.


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