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Riforme? Il problema non è la Costituzione

CostituzioneIn questi ultime settimane il confronto sul prossimo quesito referendario sembra essersi accentuato con l’esecutivo che scende in campo indossando le giuste vesti del promotore alla ricerca di consensi. Non credo che si tratti di giudicare o meno il modo su come e chi lo promuova se questi esercita un diritto garantito nelle forme previste. Tuttavia, però, vista l’importanza riconosciuta a questa prova di democrazia diretta dovremmo allora riflettere sul significato di Costituzione in termini di principi, valori, diritti e anche doveri. Potremmo scegliere tra molti autorevoli autori e tra molte frasi che ne sottolineano l’importanza.

Tra tutte vi è quella di Don Sturzo che, nel richiedere una riflessione di non poco conto, ci ricorda che […] La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà […] (Discorso, 1957). Se riconosciamo il valore di questo pensiero allora dovremmo fermarci su un punto. E, cioè, che il vero problema oggi non è la riforma della Costituzione, ma è l’assenza di una premessa fondamentale: la mancanza di una consapevolezza di che cosa significhi riformare una Carta Costituzionale. Manca, cioè, la sensibilità che una Carta di principi può essere modificata adattandola ai cambiamenti, ma solo se esiste una percezione diffusa e un convincimento condiviso sull’importanza di ciò che ci viene chiesto di legittimare con un referendum. Ovvero il mutare anche solo in parte l’architettura istituzionale e/o di principio a cui si delega l’esercizio di una potestà da parte di una comunità politica organizzata in Stato.

Che sia il Senato, come il bicameralismo perfetto, il vero problema di una nazione ingessata, stanca, poco efficiente sembra molto improbabile e poco adatto ad assumersi da solo la responsabilità della deriva politica e legislativa degli ultimi anni. La Riforma del Senato a cui si accompagna una nuova legge elettorale pongono due quesiti fondamentali a cui nessuno potrà sottrarsi dal considerarli. Il primo, è se in un Paese che costituzionalmente riconosce le autonomie locali e l’azione amministrativa decentrata sia possibile fare a meno di una delle due Camere, il Senato, che sia garanzia di unità di indirizzo e luogo di incontro tra l’interesse nazionale e le ragioni delle …regioni. Il secondo, se sia possibile ancora oggi che la legge elettorale non sia costituzionalizzata. Ovvero se le regole del gioco si possano fissare di volta in volta andando oltre la certezza che esse dovrebbero assumere nel tempo ancorandole, invece, alle volontà di una leadership o di un partito piuttosto che del cittadino, manipolabili da calcoli o opportunismi del momento.

Se il Senato “costa” in termini di senatori allora “costano” molte altre Istituzioni e cariche di governo, o di espressione governativa, che non sembra siano state messe in discussione, in termini di spese, quali le Authority o le Alte Magistrature e altri autorevoli esempi. Se il Senato ha una base elettorale regionale ciò aveva ed ha un suo perché ed è forse proprio da questo aspetto che bisognerebbe partire non solo per mantenerlo come una possibile “Camera delle regioni”, ma per lasciarne immutata la eleggibilità popolare, dotarlo di una competenza per materia, fissandone le funzioni. Avremmo così, senza stravolgere l’impianto costituzionale, una Camera dei Deputati a base elettiva nazionale che esercita funzioni legislative di portata generale e un Senato che si esprime sulla legislazione quadro e garantisce il raccordo con gli enti locali nelle materie indicate dall’art.117 della Costituzione. Con il solo obbligo reciproco di acquisire per una Camera il parere obbligatorio ma non vincolante dell’altra sulle rispettive iniziative legislative con la Corte Costituzionale a garanzia della legittimità di quanto legiferato.

Tutto questo non richiederebbe un depotenziamento del Senato, non lo renderebbe una Camera senza dignità; gli farebbe assumere un ruolo in linea con un dettato costituzionale che si vorrebbe cambiare nella sostanza senza che, ad oggi, ancora questo sia stato sperimentato in buona parte. Se così fosse vi sarebbero due livelli di legislazione perfettamente distinti ma dialoganti senza prevaricarsi ancora coerenti con la Costituzione. Alla stessa stregua si potrebbe andare verso riforme che garantiscano maggior governabilità in termini di maggioranze possibili a patto che fossimo tutti convinti che una legge elettorale non può pregiudicare la rappresentatività dell’elettorato. Un elettorato che dovrebbe esprimersi per una Camera dei deputati attraverso una legge elettorale che costituzionalmente ne fissi la proporzionalità con i dovuti aggiustamenti maggioritari affidati, ad esempio, ad una soglia di sbarramento più alta. Cambiare una Costituzione non è certo un peccato di lesa maestà. Ma non avere la consapevolezza che trasformarne la rigidità del testo in una flessibilità di fatto possa aprire una serie di ulteriori modifiche sui fondamentali di questa repubblica è tutt’altra cosa.


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