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Note (e alcuni dubbi) a margine di un referendum

[…] Si sappia che le menti mediocri sono la regola, le buone l’eccezione, le eminenti rarissime e il genio un miracolo…[…].
Arthur Schopenhauer

Entrare nel dibattito sulla riforma costituzionale oggetto di una prossima consultazione referendaria può richiedere alcune precauzioni. Riformare una Carta costituzionale non è certo cosa semplice dal momento che ciò significa riorganizzare, e riformulate, i termini “contrattuali” fondamentali che stabiliscono non solo l’organizzazione delle istituzioni, ma il rapporto stesso tra cittadino e potere.

Riformare una Carta costituzionale necessiterebbe, quindi, di un mandato ben preciso che non solo derivi dal fatto che l’esecutivo debba essere espressione della volontà popolare, ma che abbia anche ricevuto il consenso delle urne avendo inserito nel suo programma elettorale anche la riforma delle istituzioni da attuarsi in caso di vittoria, dichiarandone modi e termini. Non credo che ciò sia avvenuto. Non sfuggirà a molti che questo esecutivo non è espressione di un mandato specifico, e non è rappresentativo di una volontà popolare conquistata su un programma ben dichiarato votato dagli elettori. Questo è un dato di fatto, oltre a rappresentare una singolarità costituzionale, ritenendo che al massimo un governo che non è espressione di una consultazione elettorale potrebbe coprire “tecnicamente” -qualora fosse composto da “tecnici”- solo un periodo di transizione.

Ora, considerato che nessuna Carta costituzionale scritta o non scritta, rigida o flessibile che sia è dotata di una sua immutabilità, ciò significa che anche la nostra può essere “riformata”. Solo, però, che ritenere che la semplice idea di porre in essere un cambiamento sia di per sé sufficiente a dare credito a chi ne fa, della riforma, un cavallo di battaglia forse è un pò poco. Tranne che non si voglia pensare, vista la particolare verve che il premier pone su questo risultato, che sia una promessa da mantenere fatta di certo non all’elettorato italiano che alle ultime consultazioni non ha visto tra i candidati né il capo dell’esecutivo né buona parte dei suoi ministri. Ma vediamo alcuni argomenti ricorrenti posti alla base della riforma considerato l’impegno diretto del premier che si comporta -avendone diritto, ma contro un senso della misura che la carica richiederebbe- come sensibile promotore referendario e che chiede di dare a questo referendum la dignità di una consultazione seria, dopo non aver riconosciuto viste le dichiarazioni rese nel recente passato, pari dignità ad altre chiamate referendarie.

Il primo. Questa riforma abbatterà i costi della politica. Francamente credo, e potrei sbagliarmi non essendo un dotto costituzionalista e non facendo parte di coloro che stilano le grida pro/contro referendarie, che i costi della politica non siano un problema costituzionale, ma di gestione politico-amministrativa della cosa pubblica. Stipendi delle cariche politiche, delle Alte Magistrature, dei Presidenti Emeriti della Repubblica, del Senato, della Camera ecc…, delle Authority, delle cariche dello Stato e delle regioni, gli appannaggi e i privilegi sono “costi” che potrebbero essere ben ridefiniti con provvedimenti legislativi ad hoc eliminando vantaggi previdenziali e altre prebende che vanno ben oltre il giusto limite di una retribuzione equa, di una equa copertura delle spese che garantisca la massima espressione della libertà di iniziativa politica, o l’indipendente e imparziale svolgimento delle funzioni assegnate. La stessa invocata riduzione dei parlamentari non sarebbe una rivoluzione copernicana e non richiederebbe di stravolgere gli assetti istituzionali del Paese.

Il secondo. Una sola camera legislativa darà maggior velocità nella produzione delle leggi (argomento così promosso soprattutto all’estero). Ora se dovessimo essere intellettualmente onesti dovremmo riconoscere che l’abbattimento del bicameralismo perfetto non è di per sè la soluzione al presunto ritardo nella produzione di leggi. Tra iniziative parlamentari e governative, tra legislazioni d’urgenza e conversione dei decreti, l’Italia del bicameralismo ha costruito un moloch di leggi che nella loro molteplicità hanno giustificato se non l’inapplicabilità, di certo la disapplicazione di una buona parte. Basti pensare all’eccesso di sanzioni penali extra codicem, alle depenalizzazioni ai testi unici ecc…

Il terzo. Il superamento del bicameralismo perfetto permetterà maggior efficienza nell’azione politica. La Costituzione del 1948 de facto e de jure prevede un assetto dello Stato nel quale si riconosce un’azione politica di interesse nazionale e una di interesse locale. Nel riconoscere all’art. 5 le autonomie locali si attribuisce alle Regioni una potestà legislativa delegata nelle materie di legislazione concorrente di cui all’art.117. Un riconoscimento necessario, una attribuzione di competenze dove la natura regionalistica dello Stato trova la sua giustificazione nel quadro di un principio di sussidiarietà che ha lo scopo di rendere più aderente alle esigenze delle popolazioni, fatti salvi gli obiettivi comuni con la nazione, le azioni amministrative di ogni ente locale. Se così è, è la stessa Costituzione del 1948 che suddivide le competenze tra le due Camere e disciplina il rapporto Stato-Regioni. Un rapporto entrato in esercizio solo quasi trent’anni dopo, con il DPR n.616 del 1977 a dimostrazione che se qualcosa non ha funzionato non è certo colpa della Costituzione ma di chi, chiamato a metterla in pratica, non ha avuto interesse, qualità o capacità per farlo. Se questa è la previsione sarebbe stato sufficiente, in piena attuazione del dettato costituzionale, distribuire le competenze tra le due Camere che presentano, proprio per questo, ripartizioni di collegi completamente diverse. Alla Camera dei deputati attribuire la legislazione su argomenti di interesse del Paese in piena autonomia dal momento che il suo sistema elettorale è dimensionato su base nazionale. Al Senato la legislazione quadro nell’ambito dell’esercizio di quella concorrente nelle materie ex art. 117, visto che i collegi senatoriali sono definiti su base regionale e il numero dei senatori stabilito per legge, regione per regione. Suddividendo così -in pieno rispetto della Costituzione vigente e dei suoi principi- le competenze delle due Camere si potrebbe superare anche il problema della doppia lettura, prevedendo, per equilibrio, giusta e dovuta informazione tra i due rami del parlamento, un parere obbligatorio ma non vincolante di una Camera sull’attività dell’altra e l’attribuzione alla Corte Costituzionale del potere, su richiesta di una delle due Camere a parere formulato, di intervenire per dirimere eventuali eccezioni di incostituzionalità o di violazione di leggi.

Il quarto. Una semplificazione delle attività legislative. A meno che non si voglia rinnegare la natura di stato regionale dell’Italia, la dignità delle autonomie locali e delle relative popolazioni e il loro diritto di essere rappresentate trasformando il Paese in uno stato centralistico, la riposta è già presente negli argomenti precedenti. Annichilire il Senato risponde ad una logica di semplificazione dell’attività di governo. Si avrà un esecutivo che potrà contare sul sostegno di una unica Camera a cui si attribuirà il potere di legiferare su tutto a piena maggioranza, andando ance al di sopra delle autonomie locali. Autonomie dissolte in termini di presunta garanzia in un Senato non rappresentativo, di fatto notificatore di quanto deciso da una Camera maggioritaria e completamente gestita dall’esecutivo. Un esecutivo che potrà decidere se dare o non dare conto dell’azione politica svolta con la libertà per il primo ministro di decidere come e in che termini dirigere l’indirizzo politico del Paese senza sentirsi particolarmente “osservato”. L’Italicum, in questo, è lo strumento del completamento del disegno di “riforma”. Un disegno che di fatto, al di là delle giustificazioni etico-morali – dopo aver spodestato l’elettore del diritto di scegliere il proprio rappresentante - porrebbe il Paese completamente a disposizione di una maggioranza non maggioranza perché non rappresentativa della metà degli elettori più uno; una maggioranza relativa diventata assoluta per meri correttivi di calcolo premiali. Credere poi che il potere di dare o non dare la “fiducia” riconosciuto ad un Senato di nominati possa fare la differenza in termini di controllo di per se ha solo un fascino utopistico.

Il quinto. Riforma e legge elettorale. Nessuno si è posto il problema di come in questo strano Paese la legge elettorale non sia mai stata costituzionalizzata. Ovvero, le regole del gioco non sono stabilite nella Costituzione. Ciò significa che l’Italia può avere ogni volta una legge elettorale diversa a seconda degli interessi dei partiti o di chi ha il potere secondo intenzioni e scopi che sfuggono al cittadino. Non credo sia necessario ricordare a quanti sistemi elettorali siamo approdati in questi soli sessant’anni. Dovremmo chiederci come mai le regole del gioco elettorale cambino così spesso e perché. Ma la risposta la lascio al lettore intelligente. Dal proporzionale al Matterellum, al Porcellum aspettando l’Italicum.

A conclusione di questo esercizio semplicistico di analisi delle riforme, forse qualcuno potrebbe chiedersi: cui prodest tutto questo? A chi può interessare un modello politico che in nome dell’efficacia e dell’efficienza è riuscito ad esautorare il cittadino dal decidere da chi farsi rappresentare? A chi può essere utile una Camera ritenuta maggioritaria su calcoli relativi e non perfettamente rappresentativa della maggioranza degli elettori? A chi può essere comoda una Costituzione che presenta caratteri dirigisti e meno cooperativi e che crea un solco definitivo tra Stato ed enti locali con la supremazia del primo soprattutto nel decidere i rapporti e i vincoli politici ed economici, guarda caso, internazionali? Le risposte? Vorrei sbagliarmi, ma credo che abbiano poco a che fare con la Costituzione.


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