Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

L’Italia (e l’Europa) popolare, populista, sovranista o cos’altro?

L’Italia (e l’Europa) popolare, populista, sovranista o cos’altro?

1. Le premesse di un (comodo) equivoco

Ci sono passaggi nella storia di una nazione che segnano un momento di particolare riflessione sul suo futuro e sulla sua stessa ragione di esistenza in quanto tale. Ovvero, come idea di popolo che si riconosce in una storia, in una cultura, in una fede, in valori condivisi e in progetti di crescita che mettano al centro di ogni impegno un sentire che accomuna anime, coscienze, sentimenti.

Tutto questo è il punto di arrivo di processi difficili, complessi, non facili se non addirittura drammatici di cui la variabile populista può fare la differenza nei momenti di crisi, allorquando le fragilità di una società che perde i propri riferimenti apre le porte ad una forte richiesta di cambiamento con il rischio di approdare all’uomo del momento. Di esempi la storia del Novecento ne offre molti, forse troppi se guardassimo alle esperienze populistiche sudamericane dalle quali quella italiana non sembra essere molto lontana ma, anzi, semmai solo un esperimento tardivo anche se nessun Perón si è affacciato ad un balcone infiorato, almeno sino ad oggi. Tuttavia dire che in Italia abbia vinto “il” populismo non è molto corretto. Sarebbe più esatto dire che ha avuto la maggioranza “un” populismo su altri populismi. E’ evidente che nessuno degli sconfitti o della coalizione vincente ammetterebbe questa prospettiva, poiché è la migliore accusa per i primi e la migliore giustificazione per i secondi che si possa lanciare verso l’avversario e proporre verso se stessi.


2. Tutti populisti, nessuno populista
E’ intellettualmente onesto, prim’ancora che politicamente corretto, affermare che sia la coalizione di centrodestra che la sinistra nel suo Centro mancato o nella rappresentazione fiabesca e romantica del suo estremo, hanno ricercato argomenti populistici ai quali ricondurre una possibile aspettativa di consensi. La verità che emerge, e che ha reso vincente uno di questi, è che alla fine è prevalso quello che è riuscito a promettere ciò che in molti si aspettavano e a dire quello che i propri sostenitori, e non solo questi, volevano ascoltare e sentirsi, appunto, promettere. Con un risultato: che i presunti analisti e gli stessi media del mainstream editoriale hanno volutamente surclassato la dimostrazione della poca conoscenza dei fatti da parte dei diversi leader - saggiamente celatisi dietro happening e proclami di circostanza - valorizzando ogni possibile semplificazione di questioni che avrebbero richiesto invece approfondimento, esposizione di idee chiare e risolutive, capacità di presentare soluzioni percorribili e misurabili. E’ stato così per le politiche occupazionali semplificate, ad esempio, in una promessa di redditi di cittadinanza quali ammortizzatori sociali di un’inerzia non più sostenibile delle regioni più deboli del Sud del Paese prorogando, se non incentivandola nuovamente, l’impossibilità di una crescita futura (perché se è vero che tali misure sono presenti in Nord Europa, è altrettanto vero che sono condizionate ad un ruolo sociale a cui ogni beneficiario tende secondo le sue capacità perché impegnato in studi o nella ricerca o realizzazione di un lavoro). E’ stato così anche per l’idea di Europa, argomento di non poca rilevanza se non strategicamente vitale per la sopravvivenza politica ed economica degli stessi Stati europei. L’Europa e l’europeismo appunto.


3. Sovranismo e populismo. Quando gli estremi, come sempre, si incontrano
In questo teatro, apparentemente tutto italiano, vi è anche chi ritiene che a vincere sia stato un sentimento sovranista postnazionalista e antieuropeista di cui andrebbero chiariti i termini o le promesse. Ora, che il populismo europeo sia una reazione al dirigismo dell’Ue e delle sue élites questo è certo. Tuttavia, credere che il sovranismo sia la chiave di volta per ridefinire i modelli di relazioni politiche ed economiche continentali in termini di competitività è un esercizio di alchimia ideologica condotto a ritroso, certo non impossibile come visto, ma pericoloso per due ordini di motivi. Il primo, perché il populismo in sé non è una soluzione da progetto, ma un contenitore estemporaneo di aspettative disattese, di richieste di maggior partecipazione del popolo alle decisioni e alla vita politica, tutte eterogenee nella loro manifestazione, seppur ricondotte ad una unità per mezzo della figura di un leader che ne diventa il catalizzatore. Il secondo, perché il populismo ha bisogno di una figura chiave che sia capace di esaltare demagogicamente le classi popolari usando un linguaggio che è consono alle classi stesse, spesso aggressivo o addirittura elaborando - mutuandoli da esperienze storiche passate - messaggi con simbologie o nomi il cui significato completo a volte sfugge, soprattutto nelle conseguenze (si pensi all’uso del termine Direttorio per indicare il comitato ristretto di un partito politico senza ricordarsi che, pur voluto dal popolo e da Robespierre per giudicare e condannare la vecchia classe dirigente, sarà questa la creatura che taglierà la testa al suo creatore). Non solo. Come sempre accade nella vita politica di una democrazia incompleta è che le estremizzazioni si incontrino facendo si che gli argomenti populistici si trasformino in argomenti qualunquistici; ovvero far ricadere lo stesso antieuropeismo come altri argomenti di lotta prima o poi in atteggiamenti improntati a indifferenza e disprezzo nei confronti della vita politica e dei problemi sociali allorquando la marea populistica perderà la sua vivacità. Ora, la verità che non si vuol vedere è molto spesso molto più complessa e va ben oltre il sipario di fronte al quale ci fermiamo oggi, che è quello italiano. Non ci sono dubbi che la visione tecnocratica dell’Unione Europea abbia dato molto carburante alla fronda antieuropeista e su questo non credo vi siano dubbi. Così come l’euro, strumento monetario messo in campo quale via verso l’unificazione politica, si è trasformato piuttosto che in un veicolo di unità e di costruzione di ricchezza condivisa, in una sorta di discriminatore tra Stati-partners più capaci e meno capaci, tra economie nazionali di serie A e di serie B. Una logica dirigista che si è sostituita alle politiche economiche nazionali permettendo una sorta di corsa al migliore, ritenendo la competitività come una libertà senza freni inibitori anche se riportata all’interno di un quadro di mercato unico e apparentemente condiviso. Essere sovranisti, insomma, di fronte a ciò potrebbe anche essere ragionevole. Tuttavia tutto questo non giustifica la distruzione di un progetto che forse si è allontanato dalle premesse politiche dei trattati del 1957 e che rischia di implodere a tutto vantaggio di ben altre economie e di ben altri protagonisti geopolitici e geoeconomici. Protagonisti, questi, per i quali l’Unione Europea, nella sua espressione idealistica prim’ancora che politica ed economica, rappresenta una minaccia ad ambizioni neoimperiali.


4. Sovranismo senza Europa
Il rischio di un sovranismo senza Europa è quello di trasformare l’idea di nazione e l’idea di popolo in una sorta di categorie politiche senza più un’anima dal momento che il ripiegamento su se stesse le condannerebbe alla marginalità. Ed è proprio ciò che vorrebbero le cosiddette élites economiche e finanziarie antisovraniste, ma aiutate proprio dai diversi populismi e dai sovranisti. L’Italia oggi è già una nazione di soli consumatori di beni che, ancorché prodotti in Italia vengono offerti da società non italiane e questo vale, ed è vero, per una errata concezione della competitività al di sopra di tutto. Ma è altrettanto vero che quanto visto è causa della libertà lasciata alle imprese di delocalizzare deindustrializzando i processi, se non addirittura esportando le capacità manifatturiere, anche di piccola dimensione, al di fuori non solo della nazione, ma della stessa Ue. La battaglia populista quanto quella sovranista si trasforma in serva di coloro che guardano all’unità continentale come ad una minaccia agli interessi globalisti. Infatti, se è solo marginalmente riuscito il tentativo di penetrare lo spazio politico europeo attraverso governi compiacenti, esecutivi Macron e Merkel esclusi, di certo l’uso strumentale di movimenti di opposizione diventa il male minore e la migliore strategia per raggiungere definitivamente un obiettivo di frammentazione dell’unità europea per riuscire a ottenere comunque due risultati. Il primo, distrarre l’opinione pubblica offrendole argomenti per convincersi di essersi riappropriata del proprio destino attraverso la rivoluzione populista. Il secondo, di riuscire comunque a governare il processo di disgregazione per annichilire il concorrente e azzerarne le capacità economiche, tutelando solo coloro i quali sono più lealisti al nuovo modello economico globale. Come arginare, quindi, il populismo? La risposta sarebbe possibile ma richiederebbe sia un esercizio di sostituzione semantica che di pensiero recuperando il concetto di popolarismo questa volta letto in chiave sovranamente europeista e non sovranisticamente, quanto populisticamente, antieuropeista. Ovvero, un sentimento di Europa che miri a modificare completamente gli assetti tecnocratici del progetto unionista elitario per giungere ad una Europa dei popoli europei prim’ancora che delle nazioni. Cioè, una volontà di ricollocare al centro dell’idea europea un sentimento di condivisione della necessità di difendere l’Occidente continentale non solo dal relativismo politico e culturale ma, soprattutto, dalla strumentale formazione di un blocco anglofono a cui la Brexit ha fornito le premesse.


5. L’Europa dei popoli …europei
Credere in una Europa dei popoli europei, artefice di se stessa, sovrana e non sovranista o populista e meno che mai qualunquista, significherebbe fare della diversità dei popoli che la compongono un motivo di vantaggio, di distribuzione, di offerta e di scambio di opportunità diverse. Un’idea di sovranità europea dei popoli che significherebbe sia mettere tutti i partners sullo stesso piano, che evitare politiche a più velocità o inutili rassegnazioni ad accettare leadership ad uso e consumo delle élites finanziarie giustificando, come accade oggi, il dirigismo politico di Macron o la forza contrattuale economica della Merkel. La verità, insomma, è che l’Europa dei popoli europei non ha superato l’esame dei valori nei quali ci si deve riconoscere e sui quali realizzare la sintesi migliore di una cultura e di una storia millenaria. In questo senso, l’Europa vera dovrebbe essere l’Europa, ad esempio, di un euro che non divide ma che unisce, che misura equità e che non emargina per capacità. L’Europa, se tale fosse, si presenterebbe come l’idea di un vero progetto sovranazionale che si enuclei da ogni retorica di omologazione. Un’Europa dei popoli europei difenderebbe se stessa da qualunque pericolo di meticciato eterodiretto perché forte di una diversità che si coniuga su valori comuni. Una diversità condivisa, che la renderebbe parimenti forte rispetto alle ambizioni d’oltreatlantico rivolte ad annichilirne la capacità economica e competitiva. Ciò permetterebbe ad un’Europa assertivamente credibile per politiche comuni di assicurarsi, pienamente, la libertà di muoversi sui mercati arginando l’aggressività economica dell’economia cinese e la conquista finanziaria, e non molto sorniona, delle nostre economie da parte degli emiri oltre che del blocco anglofono. Ecco perché, in uno scenario così complesso, le derive populiste e sovraniste viste in chiave antieuropeista alla fine diventano strumento proprio di coloro che si vorrebbe combattere. Cioè quelle lobbies globaliste finanziarie che giocano sulle migrazioni per svuotare di significato l’idea di Europa. Populisti e sovranisti, alla fine, rappresentano nell’imperio del paradosso politico, i veicoli migliori per chi vuole intervenire all’interno dei processi politici nazionali, per chi vuole governarne e dirigerne le intenzioni verso interessi maturati e in gioco altrove. Per chi ricerca attraverso la frammentazione che l’offerta populista offre, l’abbattimento del proprio avversario privandolo
dell’unità nazionale e sovranazionale. Ecco perché, alla fine, il vero problema non è l’Europa…ma è “questa” Europa e…questa Italia. Cioè l’assenza dell’Europa dei popoli europei schiacciata come idea tra l’Europa dei tecnocrati economico-finanziari e l’Europa della nazioni a cui i populismi fanno riferimento.


6. Alla ricerca, necessaria, di un popolo e di un popolarismo europeo
Gettare, quindi, l’idea di Europa nel cestino in nome di un sovranismo strumentale o di un populismo che paga per colpa di una versione di cassa, significa distruggere il futuro delle nazioni europee e con esse dei loro stessi popoli. Significa aprire la strada a quel meticciato che si vorrebbe contrastare più di quanto non si creda di volerlo e poterlo combattere solo con proclami sovranistici. Oggi nessun populista ha capito questo passaggio. Populisti e sovranisti, così come i democrat di circostanza, hanno poco compreso che in gioco vi è un progetto molto più grande e che va visto e ricondotto nella volontà di primacy determinata nella ridistribuzione delle capacità economiche, prim’ancora che di semplice potenza, dalle nazioni a maggior dimensione di gestione dei mercati finanziari quanto delle grandi organizzazioni economiche o aggregazioni sovranazionali. Dire che l’Italia populista dopo il 4 marzo debba essere considerata “ è un laboratorio” da parte di un seppur ex guru americano come Steve Bannon (La Stampa, 5 marzo 2018) significa ammettere che l’Italia è una sorvegliata speciale da parte di chi è alla ricerca di un ventre molle perché costretto a correggere il tiro - dopo il fallimento della via diretta di approdo nel continente attraverso un partito di governo - scegliendo la carta populistica per raggiungere il proprio scopo: evitare ogni processo di rilancio di un’Europa diversamente unita ma…unita. Una Europa appartenente ai popoli e non terra di conquista di valori accettati per un senso di un umanitarismo strumentale. In questo, le prospettive e le intenzioni neocon, Trump o meno, di conquista e di governo dell’economia mondiale senza competitor significativi sono ancora vive e sono molto chiare non solo nell’attacco all’economia della Cina, ma anche nelle dichiarazioni neoprotezionistiche dirette verso l’Europa. L’idea di una American First è inconciliabile geopoliticamente e geoeconomicamente con quella di una Europa Prima. La dimostrazione è data proprio dal fatto che, pur avendo accettato il diktat economico di Washington sulle sanzioni alla Russia, Trump ripaga la “fedeltà” dei governi dell’Unione tecnocratica minacciando unilateralmente politiche di certo non liberiste nei confronti delle esportazioni dell’Ue in barba a qualunque principio di libertà dei mercati e di libera concorrenza. Ma L’Europa come l’Italia è vittima di se stessa. Dal mancato controllo dei migranti, la scarsa capacità di dotarsi di una politica estera assertiva, condivisa e indipendente, ovvero europeisticamente sovrana, si è rivelata la fonte principale del successo dei singoli populismi sovranisti che non vanno oltre il proprio particolare rendendo anche fuori luogo il termine globalisti.


7. …alla fine….
Come scrive Jan-Werner Mueller (Che cos’è il populismo?) il populismo alla fine è strumento delle elités che preferiscono governarlo piuttosto che combatterlo aspettando che si creino le condizioni per ristabilire una nuova leadership. Il populismo rifiuta il pluralismo dal momento che il suo presupposto è di essere espressione di coloro che ritengono di riconoscersi quali unici depositari di una morale esclusiva del popolo. Il pericolo diventa, così, quello che se fossero sufficientemente potenti creerebbero uno Stato autoritario escludendo tutti coloro che essi non considerano parte del “loro” concetto di popolo. Che sia un popolo di colore verde, giallo o a pois non conta. Tutto questo è, quindi, l’esatto contrario di quello che un’Europa sovrana nel rispetto e difesa dei popoli europei, e non relativista per comodità altrui, avrebbe dovuto essere e rappresentare: la garanzia da ogni facile e comoda lusinga totalitarista, sia in termini politici che economici o religiosi. La prospettiva che si affaccia all’orizzonte è quella, allora, di una fine voluta e auspicata dell’Europa quale idea millenaristica risorta dalle ceneri della storia e di due guerre mondiali. Un’Europa che si vuole costringere ad essere quella che fu prima del 1914 ma con prospettive e ruoli diversi nel governo mondiale che matureranno altrove, ovvero Oltreatlantico, e per le quali la Brexit si è trasformata in un acceleratore possibile. Un’uscita che ha dimostrato l’incapacità di non essere stati pronti a tutelare il già debole spirito europeista britannico, per quanto sofferto, maturato con difficoltà negli anni Settanta e sopravvissuto anche durante i governi Thatcher. Ora se il populismo imperante sovranista e antieuropeista o di ogni altra espressione totalizzante dovesse porsi come anticamera della fine della democrazia, e potrebbe esserlo, ci si dovrebbe chiedere se per caso Aristotele abbia ancora oggi ragione nella sua Politica nell’osservare che […] “…i demagoghi (sacerdoti del populismo n.d.a) possono anche trasformarsi in tiranni, soprattutto nei tempi recenti, nei quali l’abilità oratoria è diventata importante, mentre in passato i tiranni partivano soprattutto dal potere militare…”[…]. Ciò significherebbe per l’Unione Europea essere facile preda di chi strilla e promette di più come avvenuto in Italia in questi ultimi giorni. Diventerebbe, nel suo frantumarsi, una controfigura di se stessa, questa volta facile ostaggio dell’idea imperiale americana, ricattata dalle lobbies finanziarie d’Oltreoceano e d’Oltremanica e da una Russia postcomunista e postzarista che gioca a porsi come l’unico e solo leader continentale economicamente e politicamente credibile. Tutto questo, con la compiacenza di chi ancora oggi crede di essere vincitore di qualcosa e padrone di se stesso. Ma è solo un’illusoria, apparente convinzione, soprattutto in Italia.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.