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Pacifismo all’italiana

8 giugno 2004. I tre italiani presi in ostaggio in Iraq sono stati liberati nei pressi di Baghdad. Umberto Cupertino, Salvatore Stefio e Maurizio Agliana sono nuovamente liberi dopo tre mesi di angosciante prigionia.

Umberto Cupertino, Salvatore Stefio e Maurizio AglianaScrivere a caldo su una vicenda come la liberazione degli ostaggi italiani può essere un momento importante per esorcizzare il dramma, per recuperare un po’ di fiato e per dire tutto ciò che non si voleva o che non si poteva dire prima. Ma scrivere subito dopo è un’altra cosa. Terminata la giusta euforia bipartisan rimane il fatto che l’Italia riesce comunque e sempre a dividersi, e non per un giusto dialettico confronto ideale ma sulla condotta di una concreta azione politica che un paese europeo dovrebbe manifestare soprattutto quando si candida ad assumere una leadership mediterranea.

Il vero problema non è, quindi, se si è pagato il riscatto o meno. Questo, non è rilevante per il risultato comunque ottenuto: la salvezza di due vite umane. E non è rilevante nemmeno polemizzare su eventuali opportunità politiche di linee morbide o meno tolleranti con un terrorismo criminale che mischia politica e violenza senza soluzione di continuità, tenendo in ostaggio non solo i civili stranieri ma con essi le forze anglo-americane bloccate in un incredibile pantano tattico e la popolazione irachena. Ciò che è paradossale in questa vicenda è la continua strumentalità che sia per i pacifisti sia per il governo ha assunto la vicenda, perdendo di vista il vero aspetto del dramma iracheno: un dramma umanitario senza soluzioni immediate, né politiche né militari. La recrudescenza delle azioni terroristiche e l’incapacità di gestire il controllo di un territorio dimostrano quanto sia deficitario il saldo di sicurezza ricercato con una campagna militare condotta con molta superficialità, senza una pianificazione concreta e completa delle attività da svolgere sul terreno una volta conquistato il cuore politico dell’Iraq e deposto Saddam.

Senza una pianificazione del dopo guerra capace di costruire un nuovo Stato iracheno proprio per riequilibrare i termini geopolitici nell’area del Golfo. Avere mistificato un’azione militare come campagna umanitaria ha posto l’Occidente di fronte a una contraddizione perdente che non lo ha accreditato verso le masse della marginalità araba ed islamica, soprattutto perché l’azione stessa, coinvolgendo la popolazione civile, ha reso incomprensibile e poco credibile la promozione umanitaria sin qui condotta con una guerra a metà combattuta da soldati divisi fra funzioni pienamente di combattimento, distribuzione di viveri e ricostruzioni per conto terzi. La verità, quella che al semplice passante si presenta in un’analisi “ambulante” delle vicende irachene è che non si riesce più a distinguere fra ciò che oggi è emergenza umanitaria e ciò che è necessità militare.

Fra il perché uno Stato conduce una missione dichiaratamente umanitaria, decisa nella convinzione che la guerra fosse finita in una rapida vittoria estiva e altre espressioni della comunità nazionale che conducono un’azione parallela, parimenti solidaristica, ma in maniera autonoma, alternativa, quasi antagonista al modello americano di guerra umanitaria. Tutto questo crea confusione. Crea confusione politica e crea confusione fra chi cerca di comprendere il significato dell’una e dell’altra missione. Ma, soprattutto, crea confusione in un ambiente operativo in cui l’espressione nazionale - se c’è - deve essere il risultato di una comune volontà politica di sintesi e muoversi secondo piani e obiettivi concordati e sostenibili a vantaggio di chi ha bisogno, nella migliore sicurezza possibile per gli operatori, civili o militari che siano.


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