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Iraq: come uscire dal pantano

Sembra evidente che in queste ore si stia raggiungendo il limite del conflitto. Sembra altrettanto evidente che l’approssimata condotta delle operazioni - brillanti nella campagna militare, meno nello sforzo di stabilizzazione - faccia maturare nell’Occidente la sensazione di una necessità trasversale di uscire quanto prima da una situazione di critico stand-by dopo essere riuscito a proporre, quale contraltare alla mancata stabilizzazione democratica, la stabilizzazione del caos. Ovvero, un disordine sistematico che impedisce a chiunque, anche a chi pensa di portare pace e democrazia, qualunque minima possibilità di movimento sul terreno e di proposta politica capace di ricomporre un mosaico etnico e religioso ormai in completa frammentazione. Una frammentazione dovuta non solo alla decompressione derivata dalla fine del regime di Saddam Hussein, ma soprattutto all’assenza di alternative di potere legittimate da un’autorità sentita come nazionale.

Le torture degli uni come la tragica decapitazione degli altri sono il risultato di una spirale di violenza che si autoalimenta all’interno di un non-sistema, dove non esistono regole di condotta omogenee fra le forze in campo, dove gli obiettivi dichiarati non coincidono con quelli reali, ammesso che ve ne fossero per entrambe le parti: la pacificazione armata e la transizione democratica per la coalizione e l’alternativa di un governo islamico per i miliziani sciiti. Autorità provvisoria o neo-protettorato rappresentano, per questo, formule insufficienti a rimodulare un sistema politico di una nazione che oggi non esiste più. Così come il nation-building, termine coniato per indicare uno scopo del post-conflitto, ovvero la creazione/costruzione di uno Stato, diventa più un motivo di giustificazione per giustificare ed avvalorare lo sforzo condotto piuttosto che essere un’ipotesi di lavoro concreto.

Così la “guerra santa” può farci cinicamente sorridere e potremmo ancora credere di trovarci di fronte a un fanatismo di maniera. Ma il fanatismo rischia di travolgerci nella nostra superficialità di evoluti affidando, nella nostra insicurezza, i nostri destini a chi vitupera la vita altrui in nome di un Dio comune, ma che muta titoli e riti al di là del Mediterraneo. Che l’approssimazione della missione sia dovuta a una carenza di progetto questo è evidente. Che la poca chiarezza del risultato strategico che le forze in campo devono perseguire, in ragione di un possibile ruolo politico da svolgere nell’area, anche. Che la semplice lotta contro Al-Qaeda o il controllo delle rotte del petrolio non possa giustificare uno scontro mondiale su ogni campo, altrettanto. Sarebbe un confronto senza fine, impari perché confronterebbe forze non omogenee, perché condotto al di fuori delle regole di uno jus communis.

Lo stesso schematismo tattico-militare, quale fonte possibile di ordine imposto, ormai non è più proponibile sul terreno di fronte all’imprevedibilità della forza, alla volontà e alla determinazione dell’azione, prestandosi a una riduzione morale delle capacità operative delle migliori forze del mondo, rendendole incapaci, loro malgrado, di gestire qualunque forma di crisi. Abbattere un regime è stato semplice. Ma è difficile sostituirlo, soprattutto quando non si hanno alternative pronte per l’uso. In questo nemmeno la storia dei regimi centroamericani sembra essere riuscita a fare la differenza, tanto quanto l’epilogo infelice della Somalia appartiene oggi alla sola coscienza di chissà quale soldato. In questo regno del caos, il soldato crede di far la guerra ma nello stesso tempo si trova di fronte a un nemico ed esorcizza l’incertezza e la paura di un futuro non chiaro nella dimensione delle torture.

Così come chi, nella confusione e nella sua visione limitata di un mondo altrui con cui non dialoga, cerca nel gesto della decapitazione di affermare una leadership che fa della violenza possibile il simbolo della sua credibilità attraverso la crudeltà. Insomma, il vero problema non è oggi ritirarsi o meno. Ciò che preoccupa è la strumentalità della discussione in Occidente, e in Italia, sull’Occidente, e sull’Italia in guerra. Perché di questo, pacifisti o meno, si tratta. Una discussione che non aiuta l’Occidente stesso, di destra o di sinistra che sia. Un Occidente, e l’Italia, che non propone nulla né a destra né a sinistra. I primi guardando a Washington nella speranza di una novità politically correct, e i secondi fermi su un ritiro senza guardarsi indietro, nonostante i morti italiani. Una confusione che però aiuta l’affermarsi di una sensazione di minor certezza sul futuro nei cuori dei soldati, alimentando la paura di uno sforzo inutile che è cosa molto peggiore della paura dell’avversario in sé.

Il ritiro senza un risultato credibile, tangibile, rischia di svilire un impegno, annulla la motivazione, rende debole la capacità occidentale di attribuirsi domani un ruolo da leader nella comunità internazionale. Così c’è chi autorevolmente richiama la necessità di una exit-strategy, ovvero di una strategia di uscita. E c’è anche chi di pari passo non crede che un ritiro delle forze, seppur dopo aver concretizzato un nuovo governo, possa recuperare forza e credibilità a una legittimità ex post. Una cosa è certa: andarsene oggi equivarrebbe ad una sconfitta. Una sconfitta politica evidente, di fronte a un Islam che è anche politica. Una sconfitta ideale che è molto più grave di una sconfitta militare, dove una pantomima governativa irachena non riuscirà a realizzare il sogno di un Iraq democratico né garantirà una transizione incruenta al potere.

Trasformare il pantano in terre sicure, riuscire a darsi un obiettivo - scomodo forse ma dichiarato, dimostrabile, concreto, visibile - significa dover riconvertire la missione evitando ipocrisie che dividono la coalizione fra chi combatte e chi pensa di pacificare e non sarà facile. Si tratterebbe di affermare principi di diritto. Gli stessi che sono stati disattesi all’inizio e che al contrario, seppure di fronte alla violenza più bieca, difenderebbero oggi, nella legittimazione anche della forza, il successo di una cultura, dei valori per cui ci si confronta.


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