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Le violenze in Iraq e la logica del fatto compiuto

Prigione di Abu Ghraib. Quell’Occidente che non avremmo voluto vedere.

Prigione di Abu GhraibScioccati? Meravigliati o delusi? La vicenda del trattamento non conforme alla dignità umana, dell’individuo e del soldato prigioniero di forze regolari sicuramente crea una ferita profonda nell’Occidente. Una ferita che lascia con l’amaro in bocca il tempio della democrazia e della tolleranza, costruito su un modello sociale e di governance economica che si tenta di esportare in un mondo sempre più complesso e difficilmente omogeneizzabile nelle dinamiche che ne caratterizzano i rapporti fra Stati, e fra questi le rispettive comunità. Se rileggessimo attentamente la storia ci renderemmo conto che le efferatezze rappresentano l’epilogo della violenza, a volte una scaramantica dimostrazione di una paura del rischio e della morte esorcizzata attraverso il dominio del prigioniero. E se ripercorressimo ancora gli itinerari di ieri dovremmo riconoscere di essere stati, noi occidentali, vittime e causa di noi stessi nell’esprimere una violenza militare nelle guerre combattute sui campi europei - e non solo - cercando di imporre, dopo, un codice di condotta umanitaria, quasi a voler umanizzare ciò che difficilmente potrà essere umanizzato: la violenza dell’uomo sull’uomo.

Così la violenza fisica o psicologica esercitata sui prigionieri avvicina purtroppo l’Occidente al proprio nemico e lo costringe a confrontarsi nel proprio campo con una differenza: che gli altri non hanno regole e l’Occidente le regole le ha create, le ha applicate a volte, ma non è riuscito a imporle oggi. Almeno non ai soldati degli Stati Uniti. Qui non si tratta di essere filoamericani o gratuitamente antinomicamente critici di un neoimperialismo alla Rumsfeld o secondo le approssimazioni strategiche di Condoleeza Rice. La valutazione politica si stempera di fronte all’illecito giuridico che nell’aggressione del diritto, seppur convenzionale ma accettato anche da Washington, dimostra quanto non ci si possa più nascondere dietro argomentazioni di opportunità svalutando i contenuti di atti importanti rivolti alla creazione di un diritto comune e di un’autorità giurisdizionale al di sopra degli Stati. Un’autorità che renda umanamente possibile prevenire e reprimere le violazioni ai diritti umani.

Il vero risultato (e qui la guerra non c’entra come evento politico, c’entrano gli effetti della stessa nell’esame delle condotte) è che gli Stati Uniti non sono perseguibili dalla Corte Penale Internazionale perché non ne hanno ratificato lo statuto. La ratifica di una convenzione di per sé può anche essere un atto giuridicamente rilevante, o forse, magari meglio, una semplice e più abbordabile opportunità politica, dettata da una necessità di accreditamento in un panorama internazionale molto sensibile. Ma perseguirne le violazioni ed essere parte in causa, subire un giudizio, è tutt’altra cosa. Implica la volontà di accettare un’autorità che supera l’imperio dello Stato e affida alla comunità internazionale l’essere il dominus legittimo nell’affermare il primato dei diritti umani nella loro essenza.

Di fronte a una simile leggerezza - e fra le tante leggerezze commesse dagli Stati Uniti per eccesso di potenza - di fronte ad un deficit di analisi politica molto costoso, una leggerezza ulteriore sarebbe quella di precipitare nel baratro dell’ineluttabilità della violenza, del perseguire i singoli colpevoli, di trovarsi vittime di una violenza che crea violenza, di una rassegnante evidenza che porterebbe via in un soffio non solo le possibilità di uscita dal pantano creato, ma anche le difficili conquiste di ieri per affermare un minimo di regole nelle condotte delle operazioni militari. Il vero pericolo, insomma, è di trovarsi ostaggio della logica del fatto compiuto che giustifica da sé oggi la presenza occidentale in Iraq. Il pasticcio americano nella condotta di una guerra senza un dopo coinvolge negli effetti, in tutti gli effetti, l’Occidente. Coinvolge tanto chi sta a guardare quanto chi, affascinato dalla potenza statunitense, si è aggiunto alla coalizione pensando che una trasvolata in Medio Oriente potesse risolversi in una facile e immediata vittoria. L’assenza di un’alternativa alla guida di Saddam Hussein e la totale distruzione dell’apparato di governo locale hanno lasciato alle regole del più forte la libertà di decidere della vita degli uni e degli altri.

Per questo, ritirarsi oggi diventa impossibile come impossibile è ormai ritagliarsi posizioni super partes, seppur consapevoli che il risultato anarchico è l’effetto paradossale dello scopo mancato di una guerra. Condannare la guerra e le violenze rischia di essere strumentalmente l’effetto di una coscienza che ogni tanto si ricorda che al di sotto dei veli vi è una realtà triste di umana miseria, come nel genocidio balcanico o ruandese. Ma stupore, meraviglia o sorpresa nelle cancellerie europee, quanto il disappunto dei volti abbronzati da un sole non mediorientale di una certa diplomazia rischia di non farci sentire il reale peso della polvere che avvolge l’Iraq e che ogni tanto si dirada nella speranza che momenti di migliore visibilità ci riportino alla realtà di un conflitto. Di un vero conflitto a cui manca un progetto di pace. Un progetto di governo la cui alternativa, ancora oggi, è il dominio della violenza.


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