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Ostaggi della guerra

La vicenda irachena rischia, ogni giorno di più, di superare se stessa nelle previsioni e nelle conseguenze immediate. Se le aspettative potevano essere quelle di affermare una nuova leadership governativa in alternativa a quella di Saddam Hussein, sembra proprio che non riescano ad essere soddisfatte. E se la vittoria militare rappresentava l’epilogo di una strategia da guerra lampo, che superasse Desert Storm raggiungendo Baghdad, anche qui qualche perplessità rimane. La realtà, che forse pochi vogliono vedere e analizzare, è che la condotta delle operazioni dimostra quanto la concezione di un conflitto in chiave moderna possa essere vittima della sua stessa giustificazione sino al punto da dimostrare quanto sia semplicistico l’accostamento fra il concetto di preventive war e di bellum justum.

Una forzatura non solo giuridica - superiamo qualunque giudizio di valore ormai, in fondo moralmente inutile in questo momento - ma, soprattutto, una forzatura allo scopo della guerra che è quello, unico, di imporre la propria volontà su quella altrui. Sulla propria volontà, almeno degli Stati Uniti, un po’ meno per gli altri, non ci sono molti dubbi a patto che si comprenda quale epilogo potrà avere lo sforzo militare dopo il 30 giugno prossimo. Ma, sull’altrui volontà, ovvero quella degli iracheni, qualche difficoltà di identificazione forse permane e non poco. Leggendo sul Corriere della Sera l’autorevole editoriale del 13 aprile ci si sorprende dell’affermazione dell’autore quando titola, e commenta nelle colonne, del come improvvisamente Bush si trovi senza iracheni.

Certo vi sono gli sciiti, poi i sunniti, qualche wahhabita, perché no, i curdi e quant’altro il patchwork mediorientale può offrire in termini di movimenti e gruppi più o meno organizzati, più o meno identificabili, più o meno dotati di coesione interna. Tanti movimenti, molte identità tranne una: quella irachena. Senza entrare nel merito storico, per ovvio rispetto dell’autorevole autore, ci sembra che in fondo l’Iraq sia da sempre un’invenzione politica inglese creata per necessità / opportunità diplomatica, ovvero per soddisfare le pretese di un trono per gli Hussein sfrattati, malgrado le promesse di Londra, dall’Arabia Saudita per i più favoriti Saud. Un’ennesima astrazione nazionale giocata nel 1920, quasi come la Jugoslavia nel mosaico balcanico. Un’astrazione che nella storia del singolo leader non trova la sua identità nazionale ma si concretizza, se può, all’interno di un’affermazione di leadership, di un potere personale che si identifica con l’esercizio dello stesso su un territorio definito: quello iracheno.

Non aver valutato ciò, come non aver valutato il post-guerra e i risultati che si sarebbero voluti ottenere, in che modo e coinvolgendo quale attore internazionale, non aver deciso in che ordine, o equilibrio, regionale collocare il nuovo Iraq, rappresentano quegli aspetti politici preliminarmente importanti a cui la stessa azione militare, e la concezione strategica delle operazioni, doveva adeguarsi per realizzare un’efficace condotta tattica sul terreno e controllarne la conquista imponendo un ordine. Ora, se gli Stati Uniti possono raggiungere un limite estremo di impiego delle forze e delle risorse ciò non è detto che possa valere anche per gli alleati. Ma meravigliarsi nel caos sul non essere in Iraq, pur calpestando il suolo di Baghdad, non è edificante, soprattutto nel momento in cui ci si rende conto della diversità con la quale le singole componenti del pantano iracheno si propongono alla coalizione e ai singoli membri della stessa.

La guerra può rappresentare una soluzione mediata tanto quanto la pace è la conseguenza della guerra se condivisa. La guerra può essere anche pacificatrice e trasformare il soldato in pacificatore, ma la pace conseguente rischia di definirsi come pace conflittuale. In questo senso, quasi paradossale se si vuole, si inseriscono fenomeni storici che dovrebbero insegnare qualcosa, una sorta di ripasso di lessons learned a costo zero. Tra questi, la debolezza dell’Impero Ottomano e il ruolo degli arabi nella polverizzazione del dominio della mezzaluna, la guerra del Vietnam, la strumentalità delle dimostrazioni di Huè e la sua caduta nel 1968; l’implosione del modello jugoslavo. Ciò, però, sembra sfuggire alle dottrine più moderne che si ispirano a principi aziendali con una guerra combattuta in parte in outsourcing anche per alcune funzioni combat.

Una guerra condotta in una realtà sociale artificiale, politicamente virtuale, in un Iraq creato dall’Occidente di ieri. Una guerra in cui il legittimo desiderio di stabilizzare una regione si confonde con modelli minimi di organizzazione della condotta secondo standard di un’impresa multi-societaria che priva la stessa condotta delle operazioni dell’autonomia logistica, vincolandola alla logica economicistica del vettore privato, del fornitore di turno o del vigilantes paramilitare. In un caos tattico-strategico che si dimostra quotidianamente sembra che gli Stati Maggiori, statunitensi quanto italiani, cerchino nella capacità di management e di comunicazione la soluzione alla loro leadership e alla possibilità di controllare la forza gli uni (gli Stati Uniti) o di mantenere l’immagine di soldati di pace gli altri.

Ma l’assenza dell’altro iracheno e la condotta di una guerra che si priva dell’ortodossia di ogni simmetrica possibilità dimostrano quanto una sintesi efficace di controllo sul terreno non sia capace a realizzarsi, anzi. Modello napoleonico e modello prussiano stentano a sopravvivere nei ricordi. Infatti, pur rappresentando entrambe un’estrema concezione dello strumento militare, non si è mai trovata la giusta via di mezzo data dalla necessità di evitare qualunque normalizzazione delle truppe quale risultato del dominio delle procedure. L’aspetto strategico soffre della mancata abilità di previsione. Ovvero, dal non fermarsi all’evidenza del semplice dato perché dietro a tutto ciò che appare incomprensibile vi è l’uomo nella sua imprevedibilità, iracheno o soldato occidentale che sia. Soldato in guerra per la pace o soldato pacificatore nella guerra. Richiamando Clausewitz diremmo che i piani che non prevedono l’imprevisto possono portare al disastro. Al di là di ogni pianificazione e di ogni formula standard da Stato Maggiore. E la risposta resta sempre a questi ultimi e alla politica in un rapporto che, operazioni durante, si capovolge chiedendo ai militari ciò che chi ne ha deciso l’impiego non ha: soluzioni e giustificazioni politiche pronte per l’uso.


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