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Paura di volare? No, restituiamo le piume

13 ottobre 2004. Quattro piloti di elicottero CH-47 impegnati nella missione in Iraq venivano denunciati alla Procura Militare per ammutinamento. Alla fine assolti perché gli elicotteri sono stati giudicati senza le condizioni di sicurezza necessarie per il tipo di impiego.

elicottero CH47/C1In questi ultimi giorni non stiamo rileggendo il racconto, di per sé intrigante, di Erica Jong. Stiamo vivendo una sindrome molto più complessa e pericolosa rispetto a quella vissuta nella facile intimità del singolo, emotivamente comprensibile, perché questa si inerpica nell’intimo collettivo, nell’anima di una comunità civile e militare che cerca di trovare un’identità nel suo essere presente negli scenari internazionali, chiedendosi, spesso, perché e per che cosa. I commenti alla vicenda dei piloti di elicotteri da inviare in missione sono tutti condivisibili, siano essi il risultato di valutazioni colpevoliste, o non colpevoliste. I presupposti a leggere una violazione al diritto penale militare e disciplinare possono anche essere rinvenuti e giustificare, de jure, un’azione nel senso. Ma, altrettanto, si devono tenere in considerazione i termini di una dialettica perplessità espressa sulla utilizzabilità dei mezzi in dotazione, avvalorata da chi tali mezzi deve utilizzarli e del cui impiego, se potrà, ne risponderebbe in prima persona, non solo per sé ma per le stesse persone che ne farebbero uso o ne sarebbero gli utenti.

Pur condividendo l’opinione espressa in “Né simboli né codardi” (Corriere della Sera del 7 marzo u.s.), certamente sembra molto difficile conciliare i termini di un dissenso democratico con le regole dell’obbedienza a un ordine impartito da un’autorità legittimata ad imporlo. Così come diventa difficile porre in relazione obblighi morali e obblighi politici, soprattutto affidandone la distinzione al comportamento di chi non solo non è politico, ma nemmeno tenuto a esprimere valutazioni nel merito di una missione: il soldato. Qualunque confronto dialettico che si limitasse a cogliere sfumature democratiche nella condotta dei piloti o manifestazioni di presunta codardia rischia di vanificare una lezione etica offertaci da un film in programmazione sino allo scorso anno: Le Quattro Piume. Ne “Le Quattro Piume” la scelta giudicata “codarda” del protagonista di non combattere in Sudan una guerra non condivisa si trasformò in coraggio assoluto, dove il codardo salvò la vita dei suoi compagni d’armi combattendo in una guerra per la vita, per i valori della vita degli altri, in nome dei valori del proprio Paese.

Così, ragionando in parallelismo con il film, sembra che la codardia c’entri molto poco in questa vicenda italiana. Soldati e piloti svolgono missioni ad alto rischio da anni, molto spesso lontano dai quotidiani e dai riflettori apertisi su di loro soltanto dopo l’avventura libanese. Un’immagine che, dimenticata dalla storia la guerra italiana a El Alamein e dopo aver accantonato la strage di Kindu negli anni Sessanta, ha cercato di valorizzare un mondo attribuendogli una dignità nuova, data dall’essere democraticamente e consapevolmente militari, recuperandone la credibilità sacrificata ieri per più vantaggiose posizioni pseudopacifiste o di politica opportuna indifferenza. Oggi un mondo politico trasversale scopre il valore aggiunto che l’impegno militare può dare ad una scelta politica, affidando ad una bandiera la dimostrazione della capacità di azione internazionale di uno Stato e del suo governo.

Il risultato raggiunto, però, è stato quello di traghettare il mondo militare da una realtà, creata con difficoltà e forse con poca convinzione, di consapevolezza e di democraticità di partecipazione alle scelte del ruolo e alla definizione di una missione, verso un militarismo che non è compreso e non è condiviso in certe posizioni. Un militarismo estremamente rischioso se prescinde, così, dalla regola principe di ogni missione e di ogni ordine: la condivisione con gli uomini dei rischi e la capacità di un capo di comandare ai propri uomini ciò che lui stesso è capace di accettare e fare in prima persona. Sia esso un capo militare o politico. D’altra parte, la condivisione e il calcolo dei rischi di una missione rappresenta il fattore determinante della possibilità di condurre la stessa utilizzando, fra gli altri, come fattore di successo la volontà e determinazione del soldato, del singolo soldato, di rischiare consapevolmente comprendendo la propria posizione e l’importanza del compito che gli verrà affidato. Così, nella giungla di dichiarazioni e smentite, di precisazioni e di querele, i veri danneggiati, per l’ennesima volta, sono proprio i militari.

Inconsapevolmente ci si affida alla solita querelle pubblica proiettando la forza del Paese su ambiti di confusione e di contraddizione interna che, se non manifestatasi per carenza di capacità di dialogo e di comunicazione interna ed esterna, sfocia poi, comunque, nel caso di pochi. Clausewitz fu rivoluzionario nell’analisi della guerra come fenomeno sociale, politico e non solo militare. Ma la sua forza innovatrice non si affidò alla mera analisi e spiegazione dei fatti della guerra e delle modalità di condotta della stessa. La novità era, ed è, purtroppo, tutta nel riconoscimento per la prima volta dopo Sun Tzu dell’importanza dei fattori morali della guerra superando qualunque riduzionismo tattico-strategico precedente, riportando l’uomo-soldato, e con esso i capi, al centro delle operazioni militari, segnando così, in anticipo, la fine della spersonalizzazione del singolo negli eserciti di massa.

Per questo, riposizionando il polemologo prussiano nell’ambito di un modello tutto italiano - operazione molto ardua in verità - della concezione di impiego dello strumento militare, forse l’atteggiamento dei piloti andrebbe compreso e spiegato cercando di capire quale sia la loro percezione della validità della missione e dei compiti che saranno loro affidati. Compiti a cui si andranno a ricondurre tutte le valutazioni tecnico-tattiche conseguenti alle regole di ingaggio, uso o non uso della forza, e all’impiego del mezzo e dei sistemi d’arma, in quali operazioni e di fronte a che tipo di minaccia farne uso nel quadro di un’operazione di pace in un teatro di guerra. Non vi sono altre spiegazioni.

In tutta questa vicenda vi è la consapevolezza che il Paese ha bisogno di attribuire maggiore credibilità allo strumento militare, evitando qualunque massificazione così come qualunque tentazione militarista contro la militarità dei professionisti delle armi senza retoriche, politiche e militari. Un Paese all’interno del quale si dimostri l’assunto che le singole professionalità sono determinanti nella condotta di un’operazione. Professionalità che, per scarsità di risorse e per la complessità di addestrare un solo operatore, pilota o soldato che sia, sono tutte indispensabili e necessarie perché non immediatamente sostituibili. Per la sicurezza del Paese e per quella internazionale. La condivisione e la comprensione del perché di tutto questo è strategicamente importante ed evidente: perché può evitare, o quantomeno ridurre l’insuccesso o il dramma tattico di domani.

Perché da ciò dipenderà sempre di più il successo di ogni operazione: dalla volontà del soldato di rischiare la propria vita per un Paese che sa ciò che vuole e può permettersi politicamente di chiedere tutto ai propri soldati, a dei professionisti della difesa, pacificatori o non pacificatori che siano. Nel film citato, la guerra in Sudan per il reggimento a cui apparteneva l’ex ufficiale finì, e ad ogni ex-collega salvato in Africa questi restituì le piume della codardia inviategli per non aver seguito il reggimento. Restituiamo le piume!


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