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Martiri dell’Occidente, eroi per l’Italia

Il 12 novembre 2003, come scrive La Repubblica, “[…] La guerra entra nelle case degli italiani alle 8,45 del mattino. In quel momento a Nassiriya, città a sud dell'Iraq, sono le 10,45. Due palazzine in cui risiedono i carabinieri e i militari del contingente che fa parte dell'operazione "Antica Babilonia" vengono sventrate da un attacco kamikaze. Fumo, muri che crollano, sirene di ambulanze, vigili del fuoco, macchie di sangue sul selciato, persone che fuggono terrorizzate […]”.

La palazzina sventrata dall'esplosioneNel nuovo scenario mediorientale l’Occidente sta sfidando se stesso e la sua credibilità affidandola ad una possibilità di stabilizzazione dell’Iraq cercando di raggiungere ciò che nell’immediato non è avvenuto: una democratizzazione dal basso. Una necessità che strategicamente poteva essere condivisa ma a patto che si fossero verificati i presupposti che avrebbero dovuto sottendere una qualsiasi scelta di azione militare da condurre in via preliminare. Un’azione militare, concepita, organizzata e condotta senza tener conto che le logiche di una simmetria possibile nello svolgimento di operazioni militari nel breve periodo tale non lo sarebbe stata se riferita al medio-lungo termine.

L’assenza di equilibri interni alle comunità che caratterizzano le stratificate società mediorientali, partendo proprio da Baghdad, rappresentano un fattore strategico di rilevante portata se si vuole assumere a scopo di un confronto militare la stabilizzazione subito dopo su un territorio non appartenente ad un interesse immediato delle forze europee in campo. Il Medio Oriente, e l’Iraq come parte centrale dell’Oriente prossimo, è un’area non solo di conflittualità diffusa ma, in particolare, un’area di convergenza di interessi strategici multilivello che si sovrappongono a deboli equilibri interetnici dove le ragioni della pacificazione rischiano di rimanere incomprese da una popolazione che diffusamente è estranea al nostro modello sociale. Ragioni che non potranno essere capite nella mischia di valutazioni strategiche non chiare, restando ostaggio delle logiche fondamentaliste, radicali nei termini, nei contenuti e nelle azioni.

Realizzare in uno spazio di instabilità diffusa una possibile, seppur minima, immagine pacifica delle comunità islamiche sarà sempre più difficile. L’Occidente, con l’Italia o meno, non potrà da solo riuscire a stabilizzare una terra di confine culturale prim’ancora che politico senza la volontà araba e senza che siano modificati gli assetti del potere interno agli Stati arabi che nel caos regnano sovrani. Per questo, ancora, un’incapacità nel presentare con azioni dirette i risultati della guerra del Golfo come una necessità politica per il mondo arabo, coinvolgendolo nel riassetto regionale, è il rischio che preannuncia l’avvio di una guerra infinita. Un’incapacità nel democratizzare l’area attraverso una via araba ed islamica alla democrazia rappresenterebbe il debito non pagato con la storia. Un debito che noi europei, noi italiani oggi, non potremmo permetterci qualora alla vittoria militare dovesse seguire la sconfitta nella pace e di cui ne abbiamo pagato l’ipoteca. Ma ciò di cui soffriamo tutti, adesso, è il dramma di comprendere che non si è di fronte ad un’operazione di peace-keeping o di peace-building ma di vera e propria peace-enforcing.

Tutti siamo tendenzialmente contro la guerra e soprattutto l’Occidente conosce il peso storico e soffre il ricordo dell’abisso morale e non solo fisico della guerra vissuta. Ma l’Occidente sa, o dovrebbe sapere, che l’utilizzazione di forze armate per missioni di pace non può far dimenticare che le forze rimangono armate e che, pertanto, i soldati se si impiegano rimangono dei combattenti, prima di tutto dei combattenti, e null’altro. Il rischio di trasformare in peace-keeper un soldato è di giungere al risultato finale di trasformare un combattente in un operatore di pace, e si abbandona la vera dimensione e preparazione del soldato limitandone la capacità di autodifesa. Ma la pace è anche il risultato della fine di una guerra dove le regole sono mutate in ragione di un consenso o di una volontà ferma e tenace del vincitore.

Tutto il resto è, e rimane, argomento di discussione, ragionevole e ragionevolmente accademica. E, così, rileggendo Clausewitz o qualunque altro polemologo in voga fra società ed esperti analisti che si occupano dei nuovi war game nel mondo, facendoli combattere ad altri, l’Occidente e chi decide dimenticano che il fattore vita, ovvero il valore vita rappresenta la variabile decisiva, strategicamente decisiva, nel valutare la sostenibilità di uno sforzo militare quale conseguenza di scelte politiche certe e determinate. Scelte i cui obiettivi non possono fondarsi sulla genericità, ma devono assumere un significato concreto nella collocazione internazionale del paese che le Forze Armate rappresentano e di cui ne difendono l’interesse nazionale.

Non apprezziamo gli shaid. Non assumiamo ad eroe colui il quale uccide senza avere il coraggio di affrontare l’antagonista e gli attribuiamo da cristiani l’empietà della distruzione della vita altrui senza rispettare una minima regola leale di confronto, seppur violento. E non siamo tenuti a comprendere più di quanto non ci sia reciprocamente consentito le ragioni dell’avversario. Un soldato occidentale, un soldato italiano, non è uno shaid. La sua consapevolezza di rischiare la vita può essere determinante nel risultato della missione. Se lo shaid rivolge la sua azione al di fuori dell’umanità, il soldato dell’Europa civile e secolarizzata nei valori la svolge all’interno della comunità internazionale e nelle regole del conflitto.

Ed è per questo che il valore-vita che viene posto in gioco quale rischio da accettare presuppone una valutazione attenta, un motivo giusto, dichiarato e concreto, coincidente con l’interesse del paese e delle ragioni della comunità civile e giuridica internazionale, per poter essere speso al di fuori della nostra Patria. Solo così nessuna morte occidentale ed italiana sarà mai inutile e sarà più eroica e decisiva nella vittoria del senso civile della democrazia e della pace di quella di un anonimo martire morto per nulla, vittima della sua empia intolleranza.


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