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Afghanistan. Giochi e drammi di una politica estera di basso profilo

L’Afghanistan è un Paese molto lontano dai nostri occhi e dai nostri cuori. Non ci dovrebbero essere prossimità culturali o interessi politici nazionali che ci possano portare così lontano rispetto a quanto potrebbe giustificare un nostro impegno in Africa del Nord o, anche, in Medio Oriente. Tuttavia, l’Asia Centrale rappresenta uno spazio interessante per il futuro dell’Occidente per tre ordini di motivi. Il primo, perché il sistema internazionale contemporaneo non è il luogo delle regole di potenza al cui interno tutto può essere ricondotto, giustificato, regolato. Nulla si esaurisce, infatti, soltanto nel calcolo delle opportunità offerte da facili e poco costosi protettorati tipici della Guerra Fredda.

La realtà contemporanea ci costringe a fare i conti con interessi diversi, diffusi e areali, ovvero non necessariamente individuabili soltanto nel nostro estero vicino. Il secondo aspetto è che la realtà afghana è una realtà complessa, non solo per il gioco politico delle etnie e delle formule politiche possibili, ma perché l’Afghanistan è il crocevia dell’offerta energetica di domani, la possibilità di realizzare reti di distribuzione del gas, insieme al petrolio delle regioni caspiche e caucasiche, aggirando l’instabilità dell’Iran e della regione del Golfo, ivi compresa l’Arabia Saudita. Il terzo, è una ricorrenza storica. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la via della seta che passava per Kabul era il riferimento strategico per assumere il controllo di regioni povere socialmente, ma ricche di prodotti e materie prime. Regioni destinate ad arricchire l’economia dell’Occidente coloniale.

Oggi la storia ci ripropone nuovamente questo “cuore del mondo” ma con una prospettiva capovolta. In Afghanistan si gioca, infatti, non solo una guerra contro un terrorismo etnico e religioso. Nel “cuore del mondo” è in gioco la sopravvivenza economica dell’Occidente, ostaggio, quest’ultimo, delle reti russe del gas e delle forniture petrolifere del Golfo. Se gli Stati Uniti si affidarono ai talebani negli anni Ottanta per estromettere i sovietici dal controllo delle regioni a Sud del loro impero e in Asia Centrale, oggi si tratta di far sì che lo sforzo di ieri venga ricondotto all’interno di una ragionevole aspettativa di risultato. Quell’aspettativa che, al di là delle ragioni umanitarie, ma oggi squisitamente strategiche, giustifica e spiega più di ogni altra cosa la presenza occidentale in Afghanistan più che in Iraq.

Da queste considerazioni, il voto espresso al Senato non è, quindi, solo una dimostrazione di scarsa analisi politica su una missione che, comunque, si modella all’interno di un’egida sopranazionale nel rispetto di un mandato richiesto, ottenuto, condotto sotto la bandiera dell’Alleanza Atlantica. È l’ennesima dimostrazione che non c’è una seria, chiara consapevolezza di quale ruolo far assumere al Paese nella comunità internazionale, di come difendere valori di pace e democrazia, di come contenere pericolosi, futuri, unilateralismi d’altro genere: russi e cinesi ad esempio. In questa corsa a chi è più pacifista, a chi si nasconde dietro formule di multilateralismo del momento e dietro un voto al Senato, ci si dimentica che ad oggi nessuna parte politica ha espresso un concetto valido e rassicurante del modello di difesa che intende proporre per garantire la sicurezza dentro e fuori dei nostri confini.

Il voto al Senato non affonda un esecutivo. Dimostra, al contrario, che l’Italia non ha scelto in quale scacchiere intende giocare visto che Russia e Cina hanno molto ben chiaro il ruolo futuro che vorranno strategicamente assumere. Si tratta di capire con quali strumenti si intende fare politica estera, oltre la cooperazione. Si tratta di essere consapevoli che il soldato, piaccia o non piaccia, non rappresenta una banderuola da usare a piacimento, ma una risorsa la cui vita va tutelata e, se spesa, lo deve essere per un interesse chiaro, dimostrabile, condiviso e che non può essere sacrificata in ragione dell’insicurezza altrui. Si tratta di verificare se l’ideale di pace nato in Occidente sia difendibile in una regione dove uno Stato nato dalla non-violenza come l’India, ad esempio, si annovera tra le potenze militari nucleari.

Si tratta di verificare se anche contro altri regimi, ben più sanguinari dell’Occidente militare, vi sia una volontà di manifestare come a Vicenza evitando pacifismi d’occasione e facili retrospettive elettorali. Il risultato del voto diventa, ancora una volta, l’epilogo della contraddizione nella quale si muovono le nostre missioni e della quale se ne pagherà il prezzo politico. Ovvero, che fra soldati pacificatori e pacifisti militanti non vi sono soluzioni all’orizzonte, divisi, entrambi fra chi cerca di difendere un’immagine che non appartiene all’etica militare in sé e chi, di fronte all’umanitarismo pacifista, evita di formulare proposte pensando che un voto contrario, con la fine di una missione, possa affrancare l’Italia dal suo problema difensivo e di lealtà atlantica.

Il Paese, oggi, deve fare i conti con un difetto di percezione di se stesso che sottolinea quanto la visione limitata del nostro essere protagonisti nella comunità internazionale ci sospende nell’indecisione proverbiale, nell’ambiguità di parte. Quell’ambiguità che ci ha contraddistinto nei momenti più delicati della nostra storia e sulla quale contano i nemici dell’Occidente. Quell’incapacità di evitare di barattare interessi di piazza quando è in gioco, dopo averne ricercato il modo per affermarla, la credibilità di uno Stato, di un partner sul quale altri Paesi contano in termini di fiducia. Se così è, allora, non vi sono, e non potranno esserci, ragioni umanitarie che giustifichino una proiezione esterna del Paese. D’ora in poi, per cambiare idea strada facendo, è meglio restare ancorati al nostro limite di orizzonte molto provinciale. È meglio restare a casa nella speranza di non dover chiedere ad altri domani di difendere il nostro modello di vita o le comode abitudini di cui godono i cittadini italiani, di destra o di sinistra.


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