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Errori passati, rischi futuri. Offensive di primavera

Un gruppo di talebaniLa crisi del governo Prodi, la riformulazione della nuova compagine che verrà sono entrambe le facce della stessa medaglia presentata qualche anno fa. Il fatto che il governo sia crollato nella discussione sulla missione in Afghanistan non è un caso. Sembra quasi che la storia voglia riportarci indietro per sottolineare come, in realtà, per ragioni di politica astratta, ci si dimentichi della complessità dei fatti. Della pericolosità di presentarci all’avversario del momento, per quanto lontano, con una debole politica dei fatti perché ancorata ad una semplicistica opinione che, in fondo, il nostro impegno in Afghanistan non può andare al di là dell’offerta di una pace.

Una pace della quale, in verità, nessuna forza politica ha le idee chiare tanto quanto altrettanto chiaramente non sa suggerire ai militari impegnati fuori area lo scopo della loro missione perché non definito come obiettivo politico, di governo, all’interno di un quadro unitario, comprensibile, che ne giustifichi rischi e pericoli. In realtà, in questa corsa frenetica a rimodellare l’esecutivo, ci si dimentica che il segnale di debolezza che emerge, e che viene così percepito all’esterno del nostro Paese, è una manifestazione pericolosa di indecisione. Una chiara dimostrazione che le diversità e i dubbi allargati sulla missione stiano a significare che lo sforzo condotto dai nostri soldati non è condiviso da una parte della classe politica nazionale e che, altrettanto pericolosamente, la vita di un italiano è il punto di non ritorno di una frammentazione ulteriore delle scelte di campo già fatte e di ulteriore confusione sul vero interesse e sul vero obiettivo per il quale le nostre truppe sono impegnate in Asia Centrale.

Se c’è qualcosa di pericoloso che rischia di minare una missione militare, nelle sue modalità di condotta e nella sua efficacia, è proprio la confusa visione del quadro politico all’interno del quale la missione è stata concepita e organizzata, l’assenza di un consenso allargato. E se c’è un aspetto di particolare rischiosità per le forze impegnate che vivono su di loro il dubbio della madrepatria, la loro quotidianità oltre mare, ciò è dato dalla percezione che l’avversario ha della politica nazionale delle forze italiane, della vera capacità dell’Italia di dimostrare, attraverso i suoi soldati, una forza di volontà, militare e politica, univoca, determinata, inattaccabile. Nelle vicende delle ultime ore, nella richiesta di un impegno più diretto in attività di combattimento delle truppe della Nato da parte degli Stati Uniti e nell’attesa di un’annunciata stagione offensiva primaverile per i talebani, ci dimentichiamo che le nostre debolezze, le nostre paure sono l’aspetto sui quali contano i talebani nel decidere se attaccare per primi gli italiani o meno.

In un’era nella quale il carnefice sceglie la vittima dopo averla studiata senza molta fatica, magari leggendo i giornali o i commenti sul web, credo che l’Italia non possa permettersi il lusso, per garantire sicurezza ai propri militari, e darsi un credito politico, di farsi leggere e studiare offrendo deboli quadri politici all’opinione pubblica mondiale. Quell’opinione pubblica complessa ed eterogenea all’interno della quale qualcuno sta scegliendo chi colpire, come e quando e il perché sarà solo la conseguenza della scelta e della valutazione del più debole avversario politico militarmente presente sul campo.


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