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Trappola Afghanistan

Attentato in Afghanistan: Muore Carabiniere, altri due militari feritiL’ultimo attentato alle forze italiane in Afghanistan sembra ripercorrere la stessa via dell’attacco confuso, ma proditorio, alla coalizione internazionale che tende a difendere una sorta di garanzia offerta ad un processo di democratizzazione che avviene al di fuori di uno schema occidentale. Ovvero, al di fuori di una concezione tutta europea di ricostruzione di assetti non solo politici ma soprattutto sociali, che si sovrappongono e si tingono di misticismo della violenza, sublimazione della cultura della morte e del dolore altrui, anche afghano, segnato dal coinvolgimento senza scrupoli di civili inermi. In tutto questo sembra dissolversi ogni obiettivo di democrazia compiuta in un Paese dove le divisioni politiche sono divisioni etniche e culturali; divisioni che limitano la possibilità di un’organizzazione condivisa del potere, che minano quella coesione sociale che dovrebbe rappresentare il vero successo, ed essere la miglior alleata, dell’operazione Isaf [1].

Al di là delle dichiarazioni rese, della lealtà del soldato, della sua piena ed incondizionata dedizione alla missione, è la missione medesima che diventa e racchiude il rischio del proprio successo e il significato della ragionevolezza nel doverla condurre. Il rischio - in un’interlocutoria definizione dei compiti e delle finalità dell’impegno militare che non può essere rappresentato da una semplice operazione di polizia internazionale - è che il soldato occidentale si percepisca come una metafora di uno strumento militare in senso lato impegnato in una non guerra che però uccide, che fa delle vittime.

La difficoltà di dare obiettivi militari concreti, misurabili, aderenti con l’impiego di forze militari che agiscono al di fuori del loro teatro naturale e che ne accettano l’impiego solo se l’obiettivo è riconosciuto e perseguibile in tempi ragionevoli, è l’altra faccia delle difficoltà incontrate dalla comunità occidentale di esprimere posizioni comuni e coerenti in merito ai limiti e alle potenzialità militari di ogni partner nell’impiego delle proprie capacità come nell’uso della forza. L’Europa, la Nato, al di là delle semplici dichiarazioni di intenti e delle realtà che si presentano sul campo man mano, ha scelto una poco opportuna via di mezzo tra il soft power e l’hard powersolo perché non ha alternative chiare, come dimostra la sua dipendenza dalla capacità di proiezione degli Stati Uniti, e poche ragioni per disimpegnarsi nel breve termine. Certo, un isolamento eurocentrico non sarebbe garanzia di sicurezza dal terrorismo internazionale come da altre minacce. Ma una proiezione avanzata in contesti extra-continentali, lontani dalla sfera strategica dell’Alleanza, implicano contenuti, obiettivi politici dotati di concretezza dal momento che il processo di democratizzazione di un Paese può essere sostenuto ma deve essere voluto, condiviso e difeso proprio da chi ne riconosce la necessità: il popolo afghano.

Oggi, nella corsa a spiegare l’impiego delle forze militari fuori area, ci si affida a valutazioni di impiego e a dottrine che si articolano, se non proprio si confondono o si sovrappongono, tra ciò che può essere una guerra nel senso pieno della parola e una guerra asimmetrica il cui punto di irregolarità non è mai stato, né potrebbe esserlo, sufficientemente chiarito. In tutto questo, però, c’è un’asimmetria diversa e molto più grave che emerge nella condotta delle operazioni militari fuori area e che coinvolgono le democrazie occidentali meno restìe ad accettare vittime e costi di un conflitto: quella fra la cultura militare statunitense e quella dei paesi europei. Una diversità di interpretazione politica che, con qualche eccezione, ha fatto optare l’Europa, l’Italia per una soluzione di comodo: cioè rinunciare a una propria cultura militare per dotarsi di forze armate più o meno capaci senza porsi il problema di quale ruolo affidargli.

Il fatto che sia prevalente l’opinione che ogni Stato possa fare a meno di dotarsi di una cultura militare, che le sue forze armate abbiano soltanto il compito di valorizzare la politica estera nazionale contribuendo a forze multinazionali volute da altri, non è solo riduttivo, ma anche pericolosamente controproducente. Il soldato, senza chi lo motivi e gli indichi cosa mai debba fare è, soprattutto, una vulnerabile pedina di un gioco che altri fanno per lui. Asimmetrie politiche, difficile riconoscimento degli obiettivi strategici che propongono un andamento incompiuto della missione se non sono chiariti trasformano le azioni quotidiane dei nostri soldati in pericolosi tentativi di resistenza agli attacchi terroristici, irregolari, perché assumono il carattere della persistenza tattica di un’azione di difesa. Ed è in questo limite che si reitera il gioco dell’avversario, veloce, improvviso, puntuale nella scelta. Il successo in Afghanistan per le forze della coalizione risiede, che lo si ammetta o meno, nella volontà di rendere man mano definitivo un processo di transizione ammesso che si riconosca a ciò un obiettivo strategico da perseguire. Un obiettivo fondamentale per evitare una provvisorietà dilatata nel tempo dell’ingaggio delle forze statunitensi come avvenuto nell’Indocina degli anni Sessanta.

Oggi, nel dramma dell’ennesimo attacco, il soldato italiano come l’opinione pubblica, si pone una serie di interrogativi fondamentali. Se una missione fuori area serva o meno l’interesse nazionale, quale ruolo esso debba assolvere in scenari da guerra civile, od etnica, quale legittimità dovrà avere il suo impiego, quale il suo rapporto con le popolazioni dei paesi occupati, a quali condizionamenti dovrebbe sottostare l’uso della forza da parte sua. Sono domande fondamentali, troppe probabilmente per un solo soldato. In tutto questo, in Occidente, in Italia tocca soprattutto ai politici dare un quadro di risposte plausibili, perché non sono certamente i soldati ad aver scelto di attribuire una dimensione “umanitaria” o guerriera alla missione, ma i rispettivi governi. Se dovessimo ricorrere a Clausewitz dovremmo ricordarci che nessuno che ragioni dovrebbe fare una guerra (o decidere o condurre un’operazione militare) se non sa perché e come farla. Ebbene è proprio questa precarietà nel definire il quadro complessivo di una missione e gli obiettivi concreti che è più che sufficiente per comprometterne il successo.

Una guerra senza vittoria e senza sconfitta agevola la parte più debole. Per la guerriglia prolungare la guerra non è un problema, mentre una grande potenza che non vince né perde entro un tempo ragionevole può considerarsi sconfitta. La sindrome del Vietnam è tutto questo. Oggi, per far sì che un’operazione militare abbia successo si deve vincere in tempi brevissimi e con poche perdite. Un punto di vista fondamentale che dovrebbe far parte di una pianificazione strategica concreta, condivisa, dove l’obiettivo è riconosciuto e raggiungibile. Dove il costo delle vite umane diventa una variabile di cui tenerne preliminarmente conto per accettare o meno di condurre una missione. Dove il rischio della morte di un soldato non sia un pensiero da eludere in un tentativo poco “militare” di non considerarlo, invece, uno dei costi dell’impiego delle forze e di esorcizzare, così, nella speranza che ciò non accada, quanto politicamente non sarebbe conveniente, o difficilmente spiegabile al cittadino.


[1] Isaf - International Security Assistance Force. Missione militare che opera in Afghanistan a partire dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 20 dicembre 2001 n. 1386l a seguire.



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