Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Ancora sangue italiano in Afghanistan


ImageAncora morti in Afghanistan. Ancora polemiche, solidarietà, dichiarazioni. Per il PD si tratta di rivedere la strategia -e si vorrebbe capire che cosa intende la segreteria di partito per strategia dal momento che la cultura militare e di impiego delle Forze Armate non è mai appartenuta se non snobbata spesso all’area di sinistra. Per il Ministro degli Esteri la missione è necessaria, ma non si definiscono gli obiettivi strategici complessivi e le finalità tattiche da conseguire su un terreno assolutamente singolare sia da un punto di vista militare che etnico-culturale limitandosi a individuare sempre gli stessi obiettivi etico-morali.

La verità è che, come sempre, le operazioni militari devono avere come unico obiettivo un risultato risolutivo e durare il minor tempo possibile. Obiettivi poco chiari e dilatazione dei tempi favoriscono l'avversario quando questi è un ...avversario regolare. Poi, se il nostro nemico si muove nell'irregolarità delle procedure tattiche e delle pianificazioni improvvisate su terreno favorevole allora ogni comoda regolarità si dissolve. Ancora oggi, in altre parole, sembra, quindi, che non si vogliano considerare alcuni aspetti che sono estremamente evidenti e che non si possono barattare solo con dichiarazioni di solidarietà formulate con un linguaggio politically correct. Un linguaggio di circostanza che, in fondo, non rende al dolore e alla tristezza di vite italiane così sacrificate il giusto merito. La storia, in fondo, è e rimane la stessa.

Come scrissi in un altro contributo in una pari, triste, occasione (Trappola Afghanistan) "il successo in Afghanistan per le forze della coalizione risiede, che lo si accetti o meno, nella volontà di rendere man mano definitivo un processo di transizione ammesso che si riconosca a ciò un obiettivo strategico da perseguire. Un obiettivo fondamentale per evitare una provvisorietà dilatata nel tempo dell’ingaggio delle proprie forze come in Vietnam.” Ora, se questo assunto si dimostra valido nella sua triste e crudele manifestazione, gli interrogativi fondamentali a cui dover rispondere restano, ancora una volta, sempre gli stessi:

1. Se una missione fuori area serva o meno l’interesse nazionale?
2. Quale ruolo debba assumere il soldato o debba assolvere in scenari apertamente da guerra civile? 3. Quale legittimità dovrà avere per giustificarne l’impiego?
4. Qual è il rapporto con le popolazioni afghane, diverse tra di loro, vulnerabili nei sentimenti e nelle ragioni quotidiane dal ricatto del bisogno?
5. A quali condizionamenti dovrebbe sottostare l’uso della forza da parte del soldato?

Troppe domande per un solo soldato ma poche domande se ciò riguarda l’impiego della forza militare nazionale fuori area per motivazioni politiche a volte poco incisive nel dichiarare le loro finalità.

La verità, ancora una volta è che in Italia tocca ai politici dare le risposte adeguate ammesso che questi abbiano un minimo di “informazione” sull’argomento, dal momento che “non sono certamente i soldati ad aver scelto di attribuire una dimensione “umanitaria” o guerriera alla missione, ma i rispettivi governi”. Ancora una volta ripropongo la riflessione di Clausewitz, uno sconosciuto generale austriaco che certamente non è di casa nei corridoi della Camera o del Senato o in qualche ministero. Ossia, che dovremmo ricordarci che nessuno che ragioni dovrebbe fare una guerra, o decidere o far condurre un’operazione militare, se non sa perché e come farla.

Ebbene, proprio questa precarietà nel definire ancora una volta la cornice di una missione e gli obiettivi concreti -misurabili- che si intendono perseguire è più che sufficiente per comprometterne il successo. Una guerra senza vittoria e senza sconfitta agevola la parte più debole. Per la guerriglia prolungare la guerra non è un problema, mentre una grande potenza che non vince né perde entro un tempo ragionevole può considerarsi sconfitta. Come scritto in passato, e volendo suggerire ai nostri politici che esprimono solidarietà, la sindrome del Vietnam è proprio questo.

Il successo di un’operazione militare lo si decide se si è capaci di vincere in tempi brevissimi e con poche perdite. Una regola fondamentale che non prevede mezze misure a patto che non si vogliano assumere i rischi di una presenza dilatata nel tempo sul terreno avversario. Questa regola è quel postulato che si pone a premessa di ogni pianificazione strategica concreta, condivisa, dove l’obiettivo è riconosciuto e raggiungibile. Una pianificazione che non preveda solo i costi del carburante, del vitto, delle manutenzioni dei mezzi o delle indennità di missione, ma che abbia l’onestà di valutare anche, per deciderne la sostenibilità politica e la proporzionalità con l’obiettivo prefissato, il costo delle vite umane. Un prezzo che non può essere dissimulato da un convincimento esorcizzante di fatalismo latineggiante, dimenticandone l’incombente realtà che questo è il rischio maggiore che si corre quando si decide di impiegare le forme armate in teatri operativi.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.