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Condoleeza d’Arabia

Condoleeza RiceLa guerra condotta in Iraq è l’ultima scommessa dell’Occidente verso la soluzione della questione più spinosa: quella israelo-palestinese. In questa ottica, dopo la morte di Yasser Arafat, Condoleeza Rice vuole rappresentare la vera anima politica della strategia statunitense e confermarsi quale regista della nuova politica mediorientale di Bush jr. Una politica estera definita “forte ma umile”, capace di difendere l’interesse nazionale senza superare il limite di un’unica grande potenza a rischio di implosione. Il nuovo Medio Oriente, che si allarga sino all’Afghanistan è quello della stabilizzazione della politica fra israeliani e palestinesi, della pacificazione che dovrebbe procedere quale naturale epilogo dall’eliminazione di Saddam Hussein alla neutralizzazione del regime siriano e iraniano. È il Medio Oriente in cui autocrazia e teocrazia conducono la loro partita regionale.

Condoleeza Rice sa molto bene che il futuro nella regione può essere garantito solo dalla esistenza di due Stati: quello israeliano e quello palestinese. Al di fuori di ciò, sarebbe un Medio Oriente nel caos e nell’ingovernabilità assoluta. Ma sa altrettanto bene che il limite alla pace e alla stabilità nell’area è dato dalla non chiara collocazione siriana, dal declino dell’ipocrisia fondamentalista di un’Arabia Saudita divisa a metà fra un Occidente opulento comodo ai Saud e una necessaria legittimazione integralista islamica per il mantenimento del trono, con un Iran che guarda alla regione con velleità geopolitiche mai sopite. Per questo l’eliminazione di Saddam Hussein non poteva che rispondere ad un nuovo orientamento in termini di una democratizzazione della regione che sa molto di nuova occidentalizzazione.

L’intervento statunitense in Iraq continua a presentarsi come un impegno diretto a democratizzare la regione. Un tentativo rivolto ad affermare una presenza significativa nella prossimità al fondamentalismo sciita iraniano. Donna dalle idee chiare - molto più di alcuni dilettanti diplomatici europei - comprende molto bene che la sicurezza del mondo occidentale e del suo modello dipenderà dalla possibilità di realizzare un ordine in Medio Oriente. Un ordine che senza una vittoria immediata e gestita subito dopo con una politica credibile di giusto riallineamento su logiche democratiche, condivise e non imperialistiche, rischierebbe di trasformarsi in un errore strategicamente non sostenibile e foriero di altre crisi o di escalation terroristiche, affondando lo sforzo americano in una stretta morsa di violenza e di caos istituzionalizzato.

La strategia politica di Condoleeza Rice è estremamente chiara e realistica. Infatti, sottovalutare in passato le classi più deboli dell’integralismo o del dissenso politico, il non aver saputo confrontarsi con le masse sciite - contenendo già allora l’ascesa dell’ayatollah Khomeini - o il non aver voluto ancora annullare la capacità di azione politica di Saddam Hussein nel primo conflitto del Golfo, attribuendogli un significato risolutivo e approfittando del consenso della comunità regionale all’intervento, rappresentano i limiti a ogni soluzione possibile in Medio Oriente. Tuttavia è anche vero che con il nuovo corso neoconservatore le variabili sono aumentate. E la variabile più sensibile resta quella saudita. Guardare solo all’Iraq è un limite.

Il vero pericolo è dato dal rischio di frammentazione del modello politico autocratico saudita o assicurare la sua sopravvivenza in una possibile forma di repubblica islamica. Per questo, l’ultima guerra del Golfo assume un importante significato politico nella regione e un saldo geostrategico in termini di pacificazione e di stabilizzazione dell’area non indifferente e di questo, più che Bush jr., ne è convinta proprio Condoleeza Rice. Nessun conflitto mediorientale ha avuto un significato simile. La fluidità e il silenzio dell’Iran sono determinanti per comprendere che Teheran attende un momento favorevole alla definizione di nuovi equilibri d’area guardando alle possibili riorganizzazioni interne. La Siria e l’Arabia Saudita rappresentano le prede favorite del fondamentalismo e l’Iran guarda e attende il momento per inserirsi nel gioco delle parti con la potenza della sua autorità politica, teocraticamente pericolosa.

La sicurezza del mondo e del modello occidentale e statunitense è tutta nelle mani del mondo arabo. Nessuna guerra fredda, nessuna minaccia da Est oggi. Il Medio Oriente diventa l’arena del mondo nella quale l’equilibrio del potere si definisce nella lotta per le risorse energetiche. Due modelli a confronto. Due esigenze di crescita e sviluppo, dove la democrazia liberale vuole esportare un modello economico proprio nella libertà di partecipazione degli altri. L’importante è non mistificare interessi di lobby, sicurezza mondiale e sopravvivenza dell’Occidente. La pacificazione della Palestina è urgente. Ne va dell’esistenza dello Stato ebraico. Ma ripercorrerla ancora attraverso l’alternanza di fasi e l’ennesima articolazione degli interessi delle parti significa ridare spazio ad un’indecisione infinita, vittima di se stessa.

Un’incertezza che rischia di trascinare le conferenze internazionali previste nella road map in ennesime conferenze di pace quale epilogo di altri conflitti a meno che la responsabilità araba verso la democratizzazione non prevalga. Questo l’unico, vero, vincente effetto geopolitico auspicabile nel medio lungo termine per un riassetto definitivo della regione nella speranza che la visione realistica della Rice sopravviva all’entusiasmo idealistico neoconservatore dovuto al rinnovo del mandato presidenziale.


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