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Di fronte alla ipotesi della NATO in Iraq

Gestire politicamente la transizione in Iraq non è e non sarà semplice. Certamente si potrà essere positivamente orientati a sperare che l’Occidente sia in grado di attribuire ad un governo iracheno, e all’azione delle Nazioni Unite, un significativo sostegno politico prima ancora che economico capace di dare credibilità alla costruzione di un’identità irachena già di per sè storicamente difficile da definire. Con queste aspettative, tra un incontro e l'altro le diplomazie continentali, atlantiche, europee cercano di rivitalizzare una dimensione politico-militare che si riorienta volta per volta, proponendosi nella sua validità concettuale e organizzativa, ma con il rischio incombente di trascendere le sue finalità e, in particolare, deludere il credito politico che l'opinione pubblica occidentale le attribuisce e che non può depauperarsi in un fallimento politico di una operazione avviata per conto terzi sotto l'egida atlantica.

E' comprensibile la volontà americana di coinvolgere la Nato in un teatro diverso da quello naturale, cercando un consenso allargato ai partner europei più riottosi con una operazione di maquillage politico-militare. L'Afghanistan può rappresentare un precedente politicamente spendibile, utile, tanto quanto l'intervento nei Balcani, Nazioni Unite nonostante. Questa volta, però, un coinvolgimento di forze euroccidentali dell'Alleanza non è semplice per due motivi ben precisi.

Il primo, perchè si dovrà dimostrare quale sia l'interesse ex art. 5 che richiede la proiezione di forze in uno scenario distante dal continente e non determinato da una ragione giuridica, risoluzione ONU o meno, che sostenga una legittimità di un intervento atlantico. Il secondo, perchè dovrà essere chiara la ragione per un eventuale intervento nell'area del Golfo, collocandolo nell'ambito di un riconoscimento internazionale dell'azione militare fatta rientrare almeno nella ipostesi minima di una operazione non-article-five.Ma, seppur definiti o il primo o il secondo, per la diversità dello scenario, e l'atipicità della gestione, la missione dovrebbe comunque essere resa tipica nella concezione e negli effetti da un ingaggio chiaro, legittimato internazionalmente, nel rispetto della risoluzione n.1546 ma non necessariamente e non solo. Un consenso diffuso, sopratutto fra i paesi arabi. Un consenso essenziale per affermare, intanto, la possibilità che la Nato non incorra in una strumentalizzazione dell'intervento possibile minando le ragioni poste a premessa della propria esistenza e delle proprie finalità da potenze oggi latenti, loro malgrado, perchè ostaggio di ragioni interne di riorganizzazione del proprio modello industriale e militare: Russia e Cina ad esempio.

Secondo, per non far perdere la specificità regionale della Nato, attribuendole un mandato che ne sovraespone, appunto, la capacità non solo militare ma soprattutto politica. Una dichiarazione di gradimento che tende a legittimare l'Alleanza in un contesto più ampio senza mettere in discussione, o far mettere in discussione da terzi, la sopravvivenza e la sua vitalità nell'ambito delle relazioni continentali, e non più solo tali, nell'assicurare la difesa della stessa comunità eurotlantica, ovvero euroamericana.In tutto questo, però, non sembra che gli Stati Uniti si preoccupino più di tanto dell'Europa. Certo, si comprende che lo shock dell'undici settembre abbia determinato un ripensamento delle politiche e delle logiche strategiche del partner più significativo dell'Alleanza. Ma è pur vero che l'undici marzo ha dimostrato che una minaccia non convenzionale può colpire dappertutto e che, allora, un'alleanza militare rischia di vedersi rimodellata, a sua insaputa, a causa di una minor aderenza dell'organizzazione agli scenari multilivello, solo su ipotesi di peacekeeping eseguibile dovunque, anche in contesti tutt'altro che di pace.

Insomma, non si tratta di valutare se l'Alleanza Atlantica possa intervenire in Iraq o meno, ma di decidere se l'assetto regionale, e gli obiettivi che sono fissati, rimangono fondamentali per giustificare la Nato agli occhi della comunità internazionale. Un'Alleanza che può essere anche l'espressione di un'autorità legittimata e legittimante il suo intervento fuori area, ma in un regime collettivo però delle decisioni e della valutazione degli interessi all'impiego. L'uso dello strumento militare atlantico per consolidare una semplice posizione di forza o per supplire a operazioni a carattere interno, scomode per un esercito e per una forza non addestrata alla gestione del crisis management, rischia di modificare il significato, la missione stessa, dell'Alleanza Atlantica laddove una estensione non internazionalizzata della stessa potrebbe riproporre scenari già visti di riorganizzazione regionale di coalizioni politico-militari realizzate più per finalità di potenza che non di sicurezza collettiva. Sulla leadership dell'eventuale corpo di spedizione ogni commento è superfluo. British understatement? Forse.


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