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Il ritorno dello zio Sam

 G. W. Bush. Soggiorno romano e non solo. L’ombra del vincitore della Seconda Guerra Mondiale, il ricordo del nostro essere occidentali e del forte legame con gli Stati Uniti si consumano man mano nella visita capitolina così come i nostri ricordi di essere il prodotto di un debito a stelle e strisce.

Bush, BerlusconiIl Presidente degli Stati Uniti d’America è in Italia. Il soggiorno romano cerca di ridefinire il rapporto con l’Italia ma il messaggio è un altro. Washington vuole ripartire da Roma per riagganciare alla causa dell’Occidente l’Europa di oggi. In questi ultimi giorni, fra polemiche sterili e gratuite analisi ed apprezzamenti, il valore storico della liberazione di Roma si perde nella dialettica politica e, ancora una volta, nello scontro pre-elettorale cercando di tirare le sorti del futuro del Paese fra una manifestazione antiamericana e una calorosa accoglienza al grande amico americano, alla causa dell’una o dell’altra coalizione. La storia però insegna, come sempre, e ci ammonisce sul futuro delle scelte che il Paese farà e con esso l’Unione europea.

Le sorti del conflitto con l’entrata in guerra degli Stati Uniti erano già segnate tanto quanto erano già definite le collocazioni internazionali di Mosca e dell’Occidente. Da San Francisco a Teheran sino a Potsdam, la volontà di liberare l’Italia rappresentava per gli Stati Uniti l’alternativa strategica da offrire alla richiesta di Churchill, non accolta da Roosevelt, di sbarcare in Grecia e risalire al più presto i Balcani per raggiungere Berlino prima delle truppe dell’Armata Rossa. Per Washington il problema era di altro tipo: chiudere al più presto i conti in Europa e volgersi al Pacifico. Così, scelto lo sbarco da Nord, l’Italia rappresentò l’anello mancante per garantirsi uno spazio vitale possibile di fronte ad un’evidente divisione del continente, e si sbarcò anche a Sud.

Ma, in tutto questo, per noi italiani la liberazione di Roma significò anche altro. Significò difendere ed apprezzare il coraggio dei nostri uomini in divisa, di riuscire a riprendere il controllo del Paese partendo dalla capitale. Di riscattare l’identità di una nazione da una scelta infelice di regime condivisa agli inizi da forze traversali di indubbia origine cattolica e socialista, cooptati da un leader capace di ricomporre, a suo modo, il caos in cui la vita politica del Paese era caduta dopo la Prima Guerra Mondiale e di fronte ad un incerto futuro a cui tutte le potenze occidentali, ognuna inseguendo i propri destini imperiali, avevano contribuito a creare. Alla fine prossima della Seconda Guerra Mondiale, la liberazione di Roma fu l’offerta migliore che gli italiani potevano dare nella volontà di dimostrare anche agli americani l’esistenza e la capacità di riscatto di una nazione già vittima di se stessa.

Un contributo di sangue e di pensiero che si affermerà nella rinascita di un’identità forte e repubblicana senza la quale nessuno sforzo militare statunitense sarebbe riuscito ad affermare il nostro essere culturalmente, prim’ancora che politicamente, occidentali: piano Marshall nonostante. Così, oggi, non si tratta, di mettere in discussione la scelta atlantica della cultura e dell’animus del Paese. Si tratta di riconoscere che l’impegno di Quaroni, Tarchiani e Sforza fu un impegno italiano[1]. Che la lungimiranza di De Gasperi è la migliore rappresentazione storica di una politica concreta e non provinciale. Che a questi uomini si deve la nostra atlanticità e la possibilità offerta agli Stati Uniti di difendere la propria identità sul continente europeo e nel mondo arginando la minaccia sovietica. Di garantire la crescita di un’idea liberaldemocratica che solo in Europa ha trovato il giusto equilibrio fra libera determinazione del singolo e necessità sociali di tutela delle collettività e dei più deboli.

Quell’identità e quella politica di confronto e di coesistenza che non crede nell’unilateralismo delle scelte di potenza fatte prima, e che poi cerca, alle Nazioni Unite come a Roma, del sostegno multilaterale, approdando nuovamente sul continente europeo alla ricerca di un consenso necessario, oggi, dopo il mancato risultato e l’incerto futuro iracheno. Il viaggio di G.W.Bush è un ritorno in Europa, e non solo in Italia. Un ritorno che dovrebbe avere come ragione di un viaggio il riconoscere all’Italia di essere la vera e migliore sintesi del modello occidentale e l’unico interlocutore possibile per Washington. Quell’interlocutore che ha creato quel modello di democrazia esportato dall’Europa verso gli Stati Uniti e non importato. Quel modello di cui l’Europa, e forse l’Italia, di fronte al grande amico americano, ha la possibilità oggi di rientrarne in possesso per farne un vantaggio competitivo di fronte alla sua creatura d’oltreoceano in deficit di potenza.


[1] Pietro Quaroni, diplomatico e politico italiano, nonché presidente della Rai dal 29 maggio 1964 al 12 aprile 1969, Alberto Tarchiani, uomo politico antifascista e Carlo Sforza, ministro degli esteri del regno dal 1920 al 1921 e poi Ministro degli Esteri dell’Italia repubblicana, rappresentarono i protagonisti del nuovo corso della politica estera e gli artefici della scelta atlantica.

 

 



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