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Il terrorismo palestinese dopo la morte di Yassin

sceicco Ahmed Yassin leader spirituale dei Palestinesi di HamasL’Occidente si interroga ancora, a distanza di pochi giorni dal raid israeliano su Gaza che è costato la vita al capo di Hamas, lo sceicco Yassin, se l’eliminazione del leader radicale palestinese rappresenterà il momento di maggior crisi del movimento. L’Occidente si interroga, e si divide, sulle diverse interpretazioni da attribuire all’azione israeliana, sulla sua legittimità, sulla funzionalità al processo di pace, sugli effetti disarticolanti che può provocare sulla tenuta del movimento più importante dell’estremismo palestinese: Hamas. Ma l’Occidente non sa, perché molto più difficile e troppo coinvolgente, che il vero errore è nel voler considerare l’individuo il centro della forza, l’artefice di se stesso e del movimento, dimenticando che il movimento è individuo nel momento in cui ridefinisce se stesso quale espressione vivente del leader mancato. In altre parole, il pericolo evidente è che l’uccisione dello sceicco Yassin trasformi quest’ultimo in un eroe nazionale con il risultato di offrire da morto ciò che non si voleva che fosse da vivo: un simbolo.

In un’ottica di breve periodo ciò potrebbe sembrare realistico, forse anche necessario, ma di fronte a una storicizzazione dell’evento, il rischio di una secolarizzazione di Hamas rappresenta il possibile risultato di una ennesima non soluzione della crisi israelo-palestinese. Ma rappresenta anche la risposta alla paura di Israele di dover cedere prima o poi e di dover raggiungere il capolinea della road map percorrendo itinerari non piacevoli ma necessari passando per Gaza. La road map è un percorso a tappe, un percorso politico in cui le scelte progressive non dovrebbero lasciare spazio a tentennamenti, né a chiusure di principio, di fronte a un muro o all’intransigenza degli uni contro gli altri. Ma la verità è che restituire la Cisgiordania, ritirarsi da Gaza, insieme alla paura del ritorno dei profughi di fronte alla nascita di una nazione palestinese trasforma lo Stato ebraico nel supremo bene da difendere come identità etnico-nazionale minacciata dall’aumento della popolazione palestinese nei Territori, dalla scarsità di risorse, dalla diversità di modelli economici dai quali dipende la sopravvivenza di entrambi in una dimensione ambigua di comune esistenza.

Ma l’eliminazione fisica del capo di Hamas non è un’eliminazione politica. Anzi, essa rappresenta l’esempio di una violenza strumentale, di un’incapacità di mediazione fra due comunità prossime ma distanti. Entrambe guardano al proprio o a un proprio Stato. Israele difende una centralità consolidata. I palestinesi cercano di conquistare la centralità sperata. Ma entrambi sono distanti da un centro politico che li coinvolga nel futuro della regione, vittime consapevoli di un caos istituzionale offerto dalle periferie sempre più impermeabili ai sentimenti della convivenza. Così, in una strategia di risposta e di qualità alla violenza dell’uno verso l’altro, il gioco porta inesorabilmente alla possibilità di una spiralizzazione deliberata del confronto dove l’asimmetria delle grandezze, Stato contro movimento, determina un’insicurezza diffusa fra gli israeliani e una lotta a tutto campo e senza quartiere per i palestinesi. In questo modo, e di fronte alla morte di Yassin, il risultato più evidente provocato dall’azione così condotta è che si realizzi non una holding del terrore ma una rete operativa le cui azioni possono essere concepite e condotte secondo un’imprevedibile autonomia, seppur rientranti nei disegni strategici di un livello superiore, secondo un’organizzazione della struttura mutuata dal modello del franchising. Un modello che assicura autonomia e controllo.

Un modello che rende più semplice l’articolazione della rete e la sua interoperabilità con movimenti antagonisti non necessariamente di fede islamica. Un sistema attraverso il quale è più facile colpire dovunque. Un sistema che funziona secondo regole di struttura e non solo di leadership. Yassin o altri non rappresentano nulla. Forse lo stesso Bin Laden non sarebbe determinante nell’economia di una sconfitta delle logiche del terrore attraverso la sola eliminazione fisica dei capi. D’altra parte la stessa Europa sa bene che i capi possono cambiare, ma le ideologie, se forti, radicate e consolidate sul consenso delle masse, si affermano e sopravvivono al di là della leadership del momento. L’Europa sa altrettanto bene che un’eventuale ipotesi di assorbimento di Hamas nella rete di Al-Qaeda è una ipotesi possibile per il movimento. E Al-Qaeda, a sua volta, interpreta vantaggiosamente il vuoto lasciato da Yassin valutando quanto sia strategicamente importante disporre di una credibilità ideologico-nazionalista, ricercandola in Palestina, per sopravvivere nel tempo come movimento e legittimarsi ancora di più verso le classi più povere delle comunità arabo-palestinesi.

Per affermare così un modello alternativo di potere in Medio Oriente che eviti un nuovo orientamento politico espresso, questa volta, in chiave democratica dei cosiddetti Stati arabi moderati. Al-Qaeda, insomma, sa che Hamas potrebbe rischiare di essere vittima del vuoto di potere che si creerebbe nel movimento, nei Territori Occupati, e a Gaza in particolare. Un vuoto di potere che l’Occidente spera non sia colmato dalla rete di Al-Qaeda. Sharon ha dato finalmente la zampata che aspettava da tempo ma - come sempre - è nell’assorbire e rispondere al colpo di coda che si giocherà la partita finale. Una partita fra il radicalismo islamico e la supremazia democratica dell’Occidente. Fra la strumentalità degli uni e degli altri al confronto geopolitico di oggi. Fra chi ha il monopolio della forza militare, fisicamente militare, e chi cerca di affermare una legittimità nell’ineluttabilità dell’uso della violenza politica del movimento. In Israele come nel resto del mondo. Ed è questa la nuova paura.


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