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Il dilemma di una svolta

Fini in Israele: “[…] Il fascismo, fu parte del male assoluto […]. Nessuna giustificazione: un'infamia le leggi razziali […]”. Nell'incontro con Sharon ribadisce "[…] l'amicizia tra i due Paesi […]”. Dalla visita in Israele del leader di Alleanza Nazionale, nuove svolte politiche si sarebbero aperte in Italia.

La visita in Israele del leader di Alleanza Nazionale rappresenta un debito storico necessario, ineluttabile, dovuto. Ma è un debito che avviene ormai al di fuori del quadro storico-politico di definizione delle linee guida di un partito che ha stentato di rinnovarsi rinviando il tutto alla prima possibile verifica di potere avvenuta con la vittoria elettorale. Con questo non si tratta di svuotare di contenuti la svolta di Fiuggi. Tutt’altro. Ma la visione incompleta del ruolo storico del partito nel futuro prossimo non poteva, né doveva, dipendere dalle probabilità di vittoria in una consultazione elettorale. Quanto da una scelta coerente, chiara e decisa sui contenuti da attribuire al partito e sull’identità storica a cui riferirsi. Sì, perché ogni movimento politico ha bisogno di una sua identità storica, seppur labile o minoritaria, ma necessaria.

Oggi, non si tratta di verificare ambiguità di fondo o giudicare il passato politico di quel leader o dell’altro. La destra in Italia assume delle caratteristiche molto peculiari che non hanno riferimento in altri Paesi. Così la “destra storica”, studiata nei libri di storia, quella di Crispi prima e di Einaudi poi, oggi la potremmo collocare più nel centro-sinistra che non a destra. Il conservatorismo democristiano, e ciò che ne sopravvive, diventa un centro democratico-riformista ancorato a valori sociali mutuati da una sinistra progressista e dalla tradizione delle singole identità nazionali tenute insieme dalle ragioni cattoliche di una politica popolare.

La sinistra riformista àncora la sua sopravvivenza ad un punto di vista espresso in chiave socialdemocratica che in Italia non è stata rappresentato almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino ad oggi (il Partito socialdemocratico è stato solo un tentativo per affermare una via riformista italiana ma non aveva un “peso storico” adeguato per affermarsi sulla Democrazia Cristiana come alternativa, men che meno per arginare l’area massimalista della sinistra italiana). In tutto questo Alleanza Nazionale vive, al suo interno, la contraddizione di essere un partito che tenta di orientarsi, oggi, verso una destra liberale ma con un’identità forte, molto forte, ancorata ad una visione nazional-socialista che si approssima ad un movimento popolare.

Un movimento che non si concilia con l’autonomismo della Lega Nord e con le sue istanze pseudo-federali, e meno che mai con le ragioni di un liberismo deregolamentato che si esprime nella guida della forza di maggioranza. In tutto questo la svolta di Fiuggi avrebbe dovuto ridefinire anzitutto la storia del nuovo partito e la sua collocazione nella realtà italiana. E lo avrebbe dovuto fare valutando in che termini le ragioni di una chiusura con le origini di un partito che già a Fiuggi non esisteva più, potevano coerentemente essere espresse in un progetto politico e di programma, proprio, ancorato sui valori della vera base elettorale di un partito di destra popolare, nazionale si, ma democraticamente tollerante e capace di dialogare nell’interesse del paese con le forze più estreme del liberismo e del socialismo riformista.

Tutto ciò anche a costo di non essere oggi al governo per l’abbandono delle forze massimaliste non confluite nel movimento alternativo del radicalismo di destra. Certamente si sarebbe subita una flessione immediata della base più intransigente, ma ciò poteva rappresentare nel medio termine un buon investimento che meritava di essere tentato. Un investimento il cui risultato sarebbe stato uno sdoganamento del partito apprezzato non dalle ragioni di coalizione ma dalla libera scelta di un cittadino/elettore, che in Italia inizia a dimostrarsi abbastanza maturo ed indipendente nelle sue decisioni e trasversale nella valutazione del programma da premiare. E così, la visita in Israele sarebbe già storia e le spinte autonomistiche all’interno sarebbero già state digerite o, ancora meglio, sarebbero rientrate di fronte ad un consenso al rilancio dell’identità nuova nel momento di maggior impegno politico di un partito: la corsa al governo del Paese.

Oggi si può discutere in ogni direzione, sia in termini di ragioni di corrente, tante in verità, e di leadership. Ma la verità è che il ritardo della chiarezza in politica si paga e ogni partito, del resto, ne conosce le conseguenze perché l’identità storica è l’identità di ogni singolo componente. È il primo fondamentale fattore di competitività nello scontro fondato sulle originalità di programma e sulla chiarezza degli obiettivi da perseguire. Il consenso esterno sulle strategie del partito, d’altra parte, non è altro che l’immagine speculare del consenso interno. La Lega insegna. Il problema è il futuro. Capitalizzarne il successo diventa difficile. A Fiuggi si poteva fare, una volta e per tutte. Oggi si riparte da Gerusalemme. Il rischio di frammentazione è rilevante. Forse una strada più sicura potrà essere l’unica ancora di salvezza. L’importante che l’itinerario da percorrere sia chiaro, qualunque ne sia il prezzo del pedaggio, quel pedaggio non pagato alla storia proprio a Fiuggi. Certo che gli interessi questa volta potranno essere più alti di allora.


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