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Incontro al Bush-corral

Berlusconi da G. W. Bush. Tra Europa, Iraq ed economia mondiale un vertice a metà strada tra un lombardo e un texano.

Berlusconi, BushNon sapremo ancora di che cosa si discuterà nel ranch del presidente americano G.W.Bush, in Texas. Ma certamente, in un clima di reinterpretazione dei ruoli delle singole potenze, ammesso che ne restino in termini economici e politici, e non solo di disponibilità di sistemi d’arma, l’invito al Presidente del Consiglio italiano per il 21 luglio prossimo è significativo. In genere l’Europa delle grandi cancellerie usava discutere di politica estera sia nelle grandi occasioni che nell’informalità di una battuta di caccia. Alle prime, associava momenti di mondanità attraverso i quali raccordare posizioni magari divergenti: un caso emblematico la diplomazia danzante al congresso di Vienna. Alle seconde, un diversivo al cerimoniale giocato fra pari. Sì, fra pari. Quanto meno politicamente pari, se non economicamente o militarmente.

Oggi la diplomazia, a quanto pare, usa ritrovarsi in chiave domestica nella terra del più forte quasi a suggellare un assetto imprenditoriale dell’agire politico, dove le ragioni di chi è più competitivo diventano i buoni argomenti per dividere il mondo fra competitor e partner oltre interpretazione individuale della politica dell’uno o dell’altro. Ma se il Presidente americano ha ben chiari gli assetti geopolitici mondiali, ed il ruolo che intende far assumere alla propria nazione in uno scenario complesso e nell’approssimarsi della verifica elettorale, non riusciamo a prevedere, oggi, quali siano o quali potranno essere gli argomenti italiani.

Gli argomenti da presentare ad un leader che decide in autonomia, che valuta secondo l’interesse nazionale americano le proprie azioni, che è consapevole più di chi la rappresenta, che l’Unione europea è il concorrente più pericoloso, politicamente, economicamente, e militarmente anche, se soltanto questa se ne rendesse conto. Inoltre, diventa altrettanto difficile prevedere quali proposte, e non delle semplici condivisioni di scelte già fatte, potranno giungere da Roma, da una diplomazia che ha poco della media potenza, nei fatti criticamente unionista suo malgrado, che dovrebbe difendere un’identità politica e giuridica sovranazionale ed il ruolo di guida di una presidenza, ancorché a termine, confrontandosi da pari. Guardandoci attorno, valutando le capacità di azione internazionale espresse dall’Italia degli ultimi anni, ci rendiamo conto che non rappresentiamo ancora nessuno salvo la nostra opportunità politica in un sistema relazionale che non paga le bilateralità per una piccola potenza, non idonea a giocare un’azione propria se non all’interno di una coalizione.

Così ci si interroga oggi su quali saranno le posizioni, e su quali scelte statunitensi andranno queste a collocarsi in materia di non proliferazione delle armi di distruzione di massa, o di lotta internazionale al terrorismo, o di Medio Oriente e di relazioni transatlantiche, ovvero dei rapporti fra Stati Uniti ed Europa nel contesto dell’Alleanza Atlantica (e non sugli scambi di cortesie estive nel transatlantico parlamentare fra una verde polemica sempre viva e una grigia, inconcludente, soccombente, difesa dello Stato-nazione). Non vi sono dubbi che l’Italia sia un fedele partner della Nato, un valido appoggio nella guerra globale al terrorismo e nella democratizzazione dell’Iraq, commenta Ari Fleischer portavoce della Casa Bianca.

Ma ci si chiede, l’Italia è ancora un partner affidabile nella costruzione di un’Europa che dovrebbe diventare una nostra casa comune? Un interlocutore credibile in una comunità internazionale che cerca di disegnare un sistema di convivenza per tutti, fondato sulla supremazia del diritto attraverso le Nazioni Unite? O è più spostata, politicamente, verso l’amministrazione americana di G.W.Bush? Probabilmente ci mancano sia una lungimirante e capace analista come Condoleeza Rice, che un Rumsfeld euro-decisionista politicamente euro-decisionista, in un’Italia ancora da definire in un’arena in cui il ruggito di un solo leone non porta a nulla di buono. Probabilmente ci manca una visione geopolitica complessivamente definita dal momento che non sempre la politica internazionale ubbidisce a leggi di mercato.

L’Italia insegue fra un governo e l’altro un ruolo sperando che l’alta marea non trascini il Paese nel vortice mediterraneo, piuttosto che afghano, o pericolosamente iracheno. Se lo troverà ci ricorderemmo della fortuna di essere europei, e non solo italiani. Allora rappresenteremo noi stessi e tutti i partner e non le ragioni geopolitiche di un singolo leader, di una singola potenza.


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