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Un premier euroincompreso

Berlusconi, l’Unione europea e la Germania. Il 1 luglio 2003 inizia il semestre italiano di Presidenza dell’Unione europea. Un appuntamento che doveva sortire, tra le molte cose, un nuovo corso della politica continentale non solo verso l’Est ma verso il Mediterraneo.

Silvio BerlusconiÈ incredibile! Dobbiamo dire che siamo proprio originali. Al di là di ogni limite storico o cultura politica sembra che non vi sia più una sola occasione nella comunità internazionale, ed europea dal 1 luglio, che non ci presenti al mondo come una nazione nuova, capace di ridefinire la propria dimensione politica alla ricerca di una centralità svanita negli anni di tangentopoli ma non ripristinata con un cambiamento radicale, e dignitoso, di una classe politica saggiamente dirigista, culturalmente capace di assumere posizioni europee caratterizzate da tolleranza e fair play nella guida di un processo difficile: l’integrazione continentale. Assumere la Presidenza di un semestre non è un diritto o un riconoscimento di leadership. È solo una fisiologica rotazione di direzione politica dell’Unione europea in un sistema istituzionale che si fonda sull’equilibrio dei poteri fra le istituzioni e sulla condivisione delle leadership.

Se non si ha chiaro questo non si può pensare di far da guida, seppur temporanea, di un’Unione europea che non è l’Italia polemica fra destra e sinistra, bensì un insieme di culture anche politiche che in certi casi non sono confrontabili con apparenti apparentamenti di sigle o di termini. La socialdemocrazia tedesca non è la socialdemocrazia italiana. Anzi. In Italia non vi è mai stata una socialdemocrazia intesa quale sintesi fra capitale e utilità sociale e fra ragioni dell’individuo e ragioni della comunità. Solo la Costituzione italiana rappresenta un simbolo socialdemocratico nella formulazione dei principi posti a fondamento, ma non è un programma di partito. Non solo.

La socialdemocrazia tedesca rappresenta il punto di arrivo di un processo ideologico di riformulazione degli obiettivi di convivenza europea dopo la Seconda Guerra Mondiale ed è la depositaria dei meriti dell’unificazione della Germania e dell’avvio verso una più stretta unità politica della stessa Unione, osteggiata in passato da Francia e Gran Bretagna. Lo stesso allargamento ad Est, e la capacità dell’Occidente di riuscire ad abbattere il modello collettivista comunista e “vincere” politicamente la Guerra Fredda è un merito socialdemocratico. Nulla sarebbe successo di tutto questo se la lungimiranza di un Adenauer del CDU prima, e di un Brandt del SPD subito dopo, non avessero riportato un dialogo nuovo ad Est come ad Ovest dell’Atlantico, promotori di una sorta di socialdemocrazia trasversale ridisegnando una nuova Europa politica. Un’Europa in cui lo stesso liberismo economico è garantito proprio dalla socialdemocrazia diffusa, forse inconsapevolmente, negli animi delle leadership europee, anche quelle ritenute più di destra.

Di fronte a ciò si comprende come la diplomazia dei sorrisi e delle pacche sulle spalle non paga sempre soprattutto quando ci si confronta con chi, non italiano, non soffre di timori reverenziali di alcun tipo. Il non comprendere la storia degli altri, o il pensare che l’amicizia, forse, e non si capisce quanto disinteressata di Bush-jr, possa dare maggior peso alla nostra guida sembra ben poca cosa di fronte alla dignità di popoli di maggior tradizione politica. Dimenticare poi che, comunque, della Germania ne siamo stati gli alleati, loro malgrado, rappresenta una lacuna storica, momentanea credo, che non ci permette di valutare a pieno il processo storico avvenuto, la collocazione odierna della Germania ed il sentimento espresso dai suoi rappresentanti politici. Dialettica sana e sano gusto di difesa, e giusto diritto di replica, non possono togliere spazio alle idee e alle considerazioni di ognuno. Una saggia diplomazia fondata sull’ascolto e sulla replica successiva, e non immediata, consentirebbe di rispondere al meglio, difendere l’autorevolezza politica di un premier e quella del Paese che ne viene rappresentato: anche se solo per un semestre.


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