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Crisi di identità

La prossima guerra del Golfo non sarà solo l'epilogo della crisi di legittimità giuridica del sistema internazionale di controllo al cui vertice vi sono le Nazioni Unite. Essa sarà lo specchio, ennesimo, di ciò che il mondo occidentale trasforma di sè e della percezione che ha dell'altro. E, così anche l'Italia, unica nel suo genere, dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi,si esercita in politica estera, intimamente consapevole del suo non-ruolo regionale, eppure ufficialmente convinta di poter recuperare spazi d'azione direttamente con la potenza leader del mondo occidentale: gli Stati Uniti. Per carità. Nessuno di noi rinuncerebbe al suo essere occidentale ed europeo, per cultura, tradizione liberale, valori socialdemocratici temperati da un cattolicesimo sociale, ogni tanto persosi nel fondamentalismo di qualche cardinale.

Ma oggi, ancora una volta, ci si perde nel gioco delle leaderships e l'Italia crede, o vuol farci credere di avere un peso determinante soltanto perchè ci si incontra fra una stretta di mano ed un maglione girocollo nei giardini di Bush o si indossa un colbacco sulla ex Piazza Rossa. Che gli Stati Uniti siano una grande potenza economica e militare nessuno può metterlo in discussione. Che gli americani siano dei giocherelloni e forse un po'superficiali nelle relazioni umane fa parte della loro storia e della consapevolezza di essere l'unica grande potenza. Che siano dei creduloni in fondo fa parte dell'indole, ma ciò ha un prezzo, paradossale: loro prendono molto sul serio quanto gli viene detto e promesso.

E, ancora oggi, dopo la disponibilità offerta da un premier, così percepita da un Bush che non conosce i fraintesi, e gli italiani, cerchiamo di ricostruire un'immagine di equidistanza fra l'impegno con gli Stati Uniti, e la consapevolezza di un'impossibilità di dare un contributo militare diretto e significativo. Nello stesso tempo, ci rendiamo conto che l'alternativa franco-russo-tedesca ci dimostra come si fa politica estera, con coerenza, con obiettivi certi, sapendo ciò che si vuole, dove il compromesso deve essere sostenibile e produttivo e non abbandonarsi a mere dichiarazioni d'intenti.

Oggi scopriamo che andiamo d'accordo con tutti. Agli Stati Uniti promettiamo le basi ed il sostegno ma non un impegno diretto, la guerra lasciamola fare agli altri. All'Europa ricordiamo che esistiamo, ma ci pensano Francia, Germania e Russia, quest'ultima che dell'Unione non ne fa parte, a riproporre un'Entente cordiale che mitighi la permalosità statunitense. Agli arabi assicuriamo che noi siamo stati loro sempre vicini e che in fondo, c'è, per questo, un solido rapporto… Alle Nazioni Unite affidiamo la responsabilità di dare un crisma di legittimità a ciò che tutti, i più interessati e capaci, decideranno. E ci dimentichiamo, così, nel nostro non senso della storia, che le guerre o si fanno o non si fanno, così come o si vincono o si perdono. La formula di una guerra a metà diventa solo la premessa per altri conflitti, assicurati da un'instabilità futura, dovuta dall'incertezza della soluzione scelta, risultato della provvisorietà. Certo l'Europa sarà una, forse.
 
Ma la geometria variabile (termine inflazionato per giustificare le differenze di azione politica fra i partners dell'Unione e di politiche condivise o condivisibili) a cui si riferisce oggi un ministro sembra il luogo politico del dubbio. Che la comunità internazionale sia in crisi di legittimità giuridica, incapace di configurare una violazione e procedere nella sua unità politica attraverso le Nazioni Unite è evidente. Che la Gran Bretagna giochi la sua partita di potenza indipendente, accomunando interessi economici e d'immagine agli Stati Uniti era prevedibile. Ma il problema del ruolo dell'Italia non è ancora il risultato di una politica estera chiara e dotata di proposte univoche e di azioni decisive. Bensì l'esercizio retorico di chi pensa di pesare sull'equidistanza del…nulla di fatto!


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