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Un uovo senza sorpresa.

Aspettare una Pasqua da cristiani, o rispettare altri usi appartenendo a diverse confessioni religiose, o abituarsi ad alimentare momenti di alta spiritualità con formule le più disparate in un clima di ricerca costante di un Dio per tutti ci può portare lontano od avvicinarci alla nostra condizione di uomini sempre più globalmente proiettati su palcoscenici a volte non voluti e nei quali non sappiamo recitare più di quanto non riusciremmo a fingere. Abbiamo cercato di spiegarci quanto la globalizzazione dei mercati rappresentasse la vera forza di un modello vincente di auto-perfezionamento delle regole di concorrenza secondo ragioni di competitività denazionalizzate ed affidate ai più capaci, scoprendo poi, che tale globalizzazione non sorprendeva più nessuno. Al contrario, ha solo riproposto una nuova divisione fra pochi utenti, beneficiari del processo di sviluppo, e una massa di esclusi dalle opportunità, virtuosamente credute tali, risultato di un modello transnazionale che poco ha di riconducibile a ragioni esclusivamente economiche.

Abbiamo creduto che l’economia fosse la vera sorpresa e ricetta di un nuovo modello di ordine internazionale. Peccato che ci è sfuggito, forse senza pensare, che essa è solo una mera funzione della politica non una priorità né il fine di questa. Ci siamo scoperti tutti global per ritornare, nostro malgrado, in molti aspetti della vita quotidiana, nell’alveo del no-global di oggi con un piede nella divisione di classe di ieri. Pensavamo che il confronto fra il mondo della ricchezza e della povertà, fra protagonismo culturale e marginalizzazione, fra individualismo e progresso e deriva del mondo ulteriore fosse stato un effetto di ieri, e lo ritroviamo, oggi, nel minor accesso garantito ai paesi delle regioni più povere. Pensavamo che la differenziazione fra opportunità di sviluppo avesse diminuito le sue distanze per accorgerci subito dopo che le uniche distanze che si sono accorciate sono quelle della prossimità del sottosviluppo alle coste dell’Occidente.

Credevamo che l’abbattimento delle distanze spazio-temporali, con la forza della divisione virtuale della ragione economica della competizione riuscisse a distruggere le distanze fra il mondo della disperazione e il mondo delle opportunità. Ma il flusso migratorio e i problemi ambientali dei paesi marginali ci ricorda che c’è un mondo ulteriore sempre più vicino. Pensavamo di essere riusciti a modellare un pianeta in chiave occidentale, promuovendo un modello di convivenza fondato sulla competizione e sulla socializzazione delle opportunità, se capaci. Ma abbiamo dimenticato la forza della sublimazione dell’io collettivo delle classi più deboli e la violenza comunicativa di un malessere globale. Ci siamo illusi nella sorpresa di un’Unione europea economicamente forte per ricordarci subito dopo l’undici settembre che l’Occidente è ancora ostaggio della sua miopia continentale, alla ricerca estrema di un nemico a cui contrapporsi comunque per verificare la sua autenticità di modello quasi perfetto di vita sociale.

Ma ci siamo accorti, sempre dopo l’undici settembre, che così in realtà non è, ritornando alle premesse di un’instabilità fisiologica per assenza di dialogo e deficit di leadership regionale. Credevamo che l’antagonismo politico-ideologico fosse soltanto un residuo di una sconfitta del pensiero cosiddetto alternativo, per riscoprire, poi, l’effetto devastante della minaccia terroristica a fronte di una classe politica polverizzatasi in un arco sempre meno costituzionale e sempre di più confusosi nei colori più disparati. Un patchwork rappresentativo in cui ragioni neocapitalistiche si confondono con istanze neo-corporativistiche, dove modelli socialdemocratici cercano spazi su posizioni cattolico-riformiste ci si trova a discutere tutti appassionatamente poi su un “articolo 18”. Pensavamo di risolvere già nel 1993 il conflitto arabo-israelo-palestinese, ma nemmeno questa Pasqua farà volare la colomba sui Territori Occupati sempre più rossi di sangue e non bianchi di pace. Non vi saranno sorprese nelle uova. Sarà, così, la solita Pasqua.


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