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Il solito dilemma: l’Italia che non c’è

Non c’è crisi internazionale che coinvolga i Paesi dell’Occidente che non ripropone un dilemma ancestrale, purtroppo per noi: il medio profilo, nella migliore delle ipotesi, dell’Italia nelle dinamiche internazionali. Infatti, e non vi sono telefonate rese note o altre giustificazioni di palazzo a smentire i commenti degli ultimi giorni, l’abitudine a non citare l’Italia nelle operazioni militari o nel semplice coinvolgimento politico nelle scelte dei partners occidentali rappresenta il risultato fisiologico di un’azione politica storicamente condotta con fare interlocutorio e con la scelta di esprimere un’occidentalità mediterranea caratterizzata da un immobilismo illuminato, ovvero da un’assenza di iniziativa propria condividendo a volte scientemente, a volta acriticamente, le scelte delle leadership occidentali.

Ora, al di là della sensibilità dell’opinione pubblica italiana dominata da un non interventismo di maniera, il non-ruolo del Paese diventa ancor più macroscopicamente sensibile in una realtà di forte interdipendenza fra gli Stati e in un clima di europartecipazione in ipotesi di confronto che non possono essere soltanto ricondotte ad impegni politici dovuti.

La realtà è che il Paese ha investito la propria credibilità regionale sulle missioni di pace modellando il proprio strumento operativo, le Forze Armate per intenderci, su ipotesi di non-conflitto. Non solo. Ma l’articolazione e la priorità d’azione attribuita ad interventi no-article five, cioè al di fuori dell’art.5 del Trattato dell’Atlantico del Nord che prevede la reazione a qualunque aggressione condotta contro un partner, ha modificato non solo la mission dello strumento militare ma , soprattutto, la cultura dei Vertici e la considerazione dell’opinione pubblica sulla reale funzione di uno strumento militare.

Se a ciò si aggiunge una diplomazia poco incisiva e una scarsa capacità di guida nelle scelte regionali dimostrata da una classe politica leggermente provinciale, si pensi al processo di integrazione comunitario, alla leadership progressiva conquistata dalla Germania e dalla Francia sul continente e dal protrarsi dell’isolamento felice del Regno Unito, si comprende del come l’Italia perda, oggi, il ruolo minimo ma concreto, giocato come media potenza negli ultimi anni ottanta per ricollocarsi, ancora una volta, dietro le scelte di leadership d’oltreoceano o d’oltremanica.

Non ci si meravigli, allora, se qualcuno si dimentica dell’Italia. Non è un problema di destra, di sinistra o di centro. È il non aver ancora capito , oggi, che il confronto è con il mondo intero e che ogni scelta operata al di fuori dei deboli confini degli Stati non potrà non influenzare e determinare le dinamiche interne di un Paese. Lotta al terrorismo compresa.


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