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Nessun “cuore” è al sicuro

11 settembre 2001. Attentato alle Torri Gemelle. Non crollano solo le torri. Finisce il mito dell’inattaccabilità degli Stati Uniti e la sicurezza dell’Occidente. Inizierà un nuovo modo di intendere le relazioni internazionali e di valutare paure e angosce in un clima di totale e disarmante incertezza.

 11 settembre 2001 2012 anniversario: Barack Obama e Mitt Romney uniti contro il terrorismo Alessandro Pignatelli avatar Martedì 11 Settembre 2012, 17:03 in Cronaca estera di Alessandro Pignatelli      Commenti dei lettori  Interrotta la campagna elettorale, i parenti hanno chiesto che i politici non partecipassero alle cerimonie ufficiali. Polemiche sul Museo alla memoria.  11settembre.jpg  I nomi delle 2.983 vittime letti uno dopo l'altro a Ground ZeroCi risiamo. Sembra quasi la conferma della filosofia storica vichiana dei corsi e dei ricorsi. Ma oggi, dopo l’ennesima dimostrazione che nessun cuore vitale è al sicuro in Occidente - o ciò che nell’immaginario di ognuno di noi è tale, quale cultura che accomuna l’Europa e il Nuovo Mondo ci sembra che tutto, veramente, tutto sia nulla di fronte alla forza dell’antagonismo islamico. Non vi sono processi di pace né stabilità di governi democratici che possano impedire l’affermarsi di movimenti ideologicamente forti di una religione integrata che per le classi marginali rappresenta tutto, tutta la dignità cercata e forse da sempre negata anche per la secolarizzazione dell’Islam degli sceicchi. Oggi non si tratta di trovare spiegazioni o dare luogo ad analisi puntuali frutto di una storia nota: la crisi arabo-israelo-palestinese. Oggi il confronto va oltre.

Oltre l’Occidente, oltre il Mediterraneo coinvolgendo, con gli Stati Uniti, il mondo intero. Un mondo interpretato e visto da chi sceglie la violenza per affermare se stesso o la sua alternativa politica, come un grande network in cui ogni singolo evento, ogni possibile coinvolgimento di dolore o di crisi di sistemi ritenuti antagonisti afferma indirettamente la forza del movimento stesso. Certamente è il più grande attacco terroristico portato con cinica determinazione nel cuore dell’unica grande potenza mondiale. Certamente è il più importante, per significato politico-strategico, attacco condotto ad una nazione senza essere formalmente in guerra. Ma nonostante l’attacco alla Grande Mela, il cuore degli Stati Uniti continua a battere così come continuava a battere, con difficoltà, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Certo, mutano gli scenari, gli attori e i contenuti. Ma a guardare bene non muta la storia nella scelta del momento e delle modalità: sicurezza, troppa sicurezza del Presidente Bush, e sorpresa. Potremmo definire gli attentati come degli eventi annunciati.

Ma dov’erano le premesse? O, meglio, chi ha trascurato i particolari? Come non comprendere la competitività del modello islamico che si afferma attraverso gli attacchi per noi suicidi ma non per i figli - soprattutto per i figli minori, gli esclusi dai frutti della ricchezza del petrolio - di Allah di fronte alla grandezza del profeta e dell’Islam? Come non pensare che la velocità nel decidere non possa richiedere capacità di analisi strategico-politiche ma rapidità d’azione e consapevole superiorità rispetto al nemico? Come sottovalutare il realismo dell’Islam più estremo che afferma se stesso al di là di tutto e di tutti? Come sottovalutare la capacità di essere realisticamente consapevoli di morire per affermare una visione teocentrica su cui costruire la forza dei più poveri? Come pensare che la vetrina mondiale non potesse più interessare a chi vuole ridefinire il ruolo guida dell’Islam, quello più marginale, di fronte al rischio di un’occidentalizzazione contenuta nel processo di pace?

Questi sono gli interrogativi a cui rispondere. Così come la necessità di riportare il movimento islamico fondamentalista al centro della dialettica di coesistenza con l’Occidente. Questa la sfida. Ovvero vincere la capacità di dimostrare la potenza di un credo nel disprezzare la vita di un nemico che non ha nazione. Laddove il movimento islamico fondamentalista si afferma come momento di aggregazione e di affermazione di un “io” politico che noi occidentali non potremmo comprendere. Non sarà né la condanna di Arafat né il dissociarsi dei regimi dei talebani che daranno sicurezza al mondo. Né Bin Laden oggi o altro mecenate del terrore saranno i soli a minacciare il pacifico ed opulento mondo occidentale. La comprensione degli eventi andrà molto al di là dei fatti e delle vittime. Dovrà far capire che la forza di un pensiero, condivisibile o meno, rappresenta la vera ed unica arma vincente.

Comprenderne le ragioni e affermare un’alternativa concreta e una credibilità internazionale rappresentano le premesse per un confronto con l’universalismo islamico, a cui le classi degli esclusi si rivolgono, e non si potrà rispondere a ciò preoccupandosi solo della globalizzazione dei mercati o valutare gli eventi dentro un indice di borsa. La forte valenza di verticalizzazione della violenza che oggi si ripropone in tutto il suo crudo realistico terrore dimostra che l’obiettivo principale è minare la credibilità e la stabilità di un modello di organizzazione del potere. E per l’ennesima volta tocca all’Occidente! Per questo l’Occidente non dovrà permettere, continuando a dimenticare la propria storia, che dal crollo delle Twin Towers rinasca una nuova era di terrore in un clima di disordine politico dagli effetti devastanti per le democrazie mediterranee ed europee.


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