Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Un Veltroni per la Calabria?

Walter VeltroniLe vicende del partito democratico hanno dimostrato che non vi sono elementi di novità in una scelta che si è presentata inevitabile ed ineluttabile per una sinistra frammentata, che cerca nell’unità politica, all’interno di un contenitore nuovo, la possibilità di ridurre e gestire la deriva riformista attraverso un abito moderato, cattolico-sociale, liberale quanto basta, per allargare la base del consenso. In un certo senso il Partito Democratico si presenta sin d’ora come una sorta di struttura di idee che si articola in un insieme di proposte e prospettive. Proposte che tentano di orientare una base da organizzare, da compattare all’interno del nuovo partito considerando le diverse sfaccettature delle anime che ne comporranno l’elettorato. In tutto questo la scelta di un leader non è trascurabile. Anzi, è fondamentale.

La scelta di Veltroni, in corsa come gli altri per alcuni, ma cavallo vincente da tempo per gli osservatori politici più attenti, dimostra quanto la fuga in avanti della sinistra stia per definirsi a chiare lettere di fronte ad una destra che ancora oggi, come ieri in fondo, esprime poco di identitario e molta sofferenza in termini di leadership. La scelta di Veltroni fa raccogliere alla sinistra, a quella più intimamente capace e consapevole sulla validità della strategia della dissimulazione, i risultati dell’ibernazione elettorale al ruolo di Sindaco di Roma del liberal post-comunista per ben due mandati. Una scelta vincente, lungimirante che, oltre a garantire il governo della Capitale, si è presentata come la banchina ideale, giusta per togliere dal gioco al massacro il sindaco di oggi riservandogli un ruolo più significativo domani. Proprio nel momento della riorganizzazione.

La candidatura di Veltroni si presenta come la più credibile, trasversale e concreta possibile nel panorama politico italiano per garantire alla sinistra di sopravvivere almeno come cultura politica. Tuttavia, se questa è la considerazione a livello nazionale ciò che si osserva, in periferia, è quanto l’aria di novità abbia colpito: soprattutto la Calabria. Traghettare verso il Partito Democratico sembra interessare molto di più una certa sinistra della Calabria, o una certa sinistra acquisita, di quanto non avvenga nel resto della sinistra d’Italia, che guarda con il giusto e misurato interesse ad una formula nuova di transizione, se si vuole di riorganizzazione delle idee e magari anche delle persone. Corsa per le primarie, promozione elettorale a tutto campo segneranno l’estate calabrese, con il risultato di sempre, però: in Calabria nulla muterà.

Nel presentare il “Veltroni calabrese”, chiunque sia, non si evincerà alcuna sensazione di novità dal momento che questa corsa alla leadership del partito democratico calabrese sembra, ancora una volta, soddisfare solo il bisogno di sopravvivenza della classe politica di sempre. Una classe politica capace di riappropriarsi dell’originalità politica ideale, dimenticando il passato -di destra o di sinistra che sia- per rifarsi un nuovo guardaroba di idee in comodato d’uso. Ma non è solo questo.

A Milano, in un caldissimo pomeriggio di fine giugno anche la destra di ieri presentava, in forme più tenui perchè presenti in un avvenimento mondano e letterario, le proprie espressioni ormai più aderenti ai salotti romani della Calabria che conta che non alle necessità calabresi della Calabria che ha bisogno. In questo “nuovo” gioco delle parti, fra falsi perdenti e vincitori apparenti, credo che in Calabria cambierà poco. Guardando e osservando fra saluti e complimenti si è capito come la sopravvivenza politica si giochi nella trasformazione delle idee, come se fosse una semplice questione di gusti mentre il credito attribuito a chi conta ancora oggi -perché espressione della Calabria romana- non potrebbe giustificarsi se non nel ritenere che la novità nessuno la vuole veramente. E, così, non restano che alcune domande da porsi. Decantare bisogni e necessità servono solo a creare una cortina fumogena allora? Ad offrire all’opinione pubblica nazionale uno specchio che falsa l’immagine vera di una coscienza che si affida alla politica di sempre? Ad una coscienza locale che non vuole rischiare di perdere la speranza del possibile vantaggio promossa da tutti: destra vera, meno vera e sinistra allargata? Insomma, nessuno veramente cerca, vuole, la novità?
 
Non ci sono risposte e non ci sono comportamenti quotidiani di rottura con il passato così significativi da chiudere le domande con risposte certe, determinate e forti. Resta la consapevolezza, allora, che forse nessuno vuol mettere in gioco il proprio patrimonio di conoscenze e amicizie soprattutto nella convinzione che la novità non può assicurare e promettere nulla. Una novità inizierebbe da zero. Inizierebbe a guardarsi intorno e cercherebbe di rimodellare il governo della regione eliminando aspettative di vantaggio nell’interesse complessivo della comunità. Ecco perché, a Roma, come a Milano ieri, e nella regione stessa, ciò che sopravvive è la Calabria di sempre. Quella Calabria nella quale, dovunque ci si trovi, ci si accorge che è la politica di ieri che si ripropone e alla quale si riaprono le porte. E mentre la destra consolida le posizioni ottenute in attesa di capovolgere le relazioni di potere senza mai scontentare la sinistra garantendosi, come ieri a sconfitta avvenuta, magari incarichi governativi di particolare rilievo, oggi la “nuova” sinistra calabrese gioca la partita di una nuova immagine veltroniana di rimando. Tutto questo, per assicurarsi una “nuova” stabilità del passato. Resta, così, nell’animo la consapevolezza che è la paura che una novità possa disarticolare il sistema di “garanzie” che si è creato nel tempo, nella storia politica della Calabria, ad impedire il cambiamento.

Ciò che consente la sopravvivenza del passato è proprio la paura del futuro. La paura di perdere uno status quo al quale, intimamente, nessuno vuole rinunciare consapevole che, magari, prima o poi arriverà il proprio turno, per essere accontentato in ciò che avrebbe voluto e che, diligentemente, per ragioni di opportuno mantenimento della “fedeltà” politica, non gli era stato ancora dato. La novità è un rischio. E’ l’unica formula per chiudere con un passato che si rigenera nei modi e nei metodi, l’occasione per garantirsi un futuro diverso, credibile e originale. Un futuro che, purtroppo, sembra che siano in pochi a volere veramente perché potrebbe non assicurare certezze …e vantaggi a nessuno.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.