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Storia di (stra)ordinaria violenza

strage di DuisburgGuardando verso sera a monte, si possono vedere alcune luci che iniziano a sfidare le ombre di un tramonto sulle pendici dell’Aspromonte. Un sovrapporsi di sensazioni che si dividono tra emozioni d’animo affascinato dalla durezza di una natura violata, ma che resiste nella sua forza e una malinconia di sempre che sfocia nell’incomprensibile, nell’incapacità di spiegare un’assente volontà di affrancare dalla violenza una parte della Calabria più remota, più antica.

Nella vicenda di Duisburg, nella strage annunciata di una faida inutile, nella dissacrante e criminale celebrazione della morte, non vi sono spazi per pietismi di alcun tipo o giustificazioni che mirino a dare un significato ad un gesto eclatante. Non vi sono spiegazioni di interessi criminali che tengano per poter descrivere un’azione criminale così condotta, soprattutto perché l’impresa stessa è impresa famigliare. Ovvero si identifica nel senso comune della parentela allargata che rinchiude in una crisalide di rapporti di sangue, diretti o ad essi assimilabili, sentimenti, interessi, vendette e paure. In questa vicenda, dove si tenta di ricondurre in un quadro investigativo unitario una serie di omicidi che nascono e si risolvono negli universi famigliari, ci dovremmo chiedere perché questa senso della giustizia fai da te trionfi nell’animo delle famiglie, maturi e si alimenti nella reiterazione dei torti quasi come se esistesse una sorta di legge alternativa a quella della comunità intera.

Certo, la ‘ndrangheta si presenta come un’organizzazione rigidamente monolitica e orizzontale, volutamente lontana dal realizzare strutture verticali, per questo ingestibili e non tali da garantire spazi di autonomia e di territorio alle famiglie. Tuttavia, ancorché ci si trovi di fronte ad un’organizzazione criminale, ci si dovrebbe chiedere qual è il senso dello Stato che nelle periferie della locride si respira ancora oggi. E, una simile domanda, non è assolutamente finalizzata a stimolare retoriche, comode risposte di circostanza, ma dovrebbe, se colta, cercare di offrire le spiegazioni per comprendere i limiti di una giustizia, e di una politica spesso compiacente, che non tenta di distruggere un senso di onnipotente uso della forza, ma trascura gli effetti guardando ad altri risultati più immediati.

In questo senso, si è realizzata nel tempo una società bloccata, ingessata e autoreferenziale che vive di se stessa, di sue norme, di una propria economia, ancorché criminale, come avviene nei centri più lontani dal cuore della Calabria come a San Luca. Vi sono, così, alcune novità che, in realtà, non dicono nulla di nuovo. Di fronte ad una società che elude ogni possibilità di confronto con le altre comunità calabresi, e si proietta al di fuori di un senso comune di vita sociale, la possibilità di colpire al di fuori della propria terra non era così sorprendente, ma soltanto un’eventualità da considerare soprattutto dal momento che le famiglie vivono ormai al di fuori della comunità calabrese d’origine. Dal momento che i mercati criminali favoriscono i contatti e si risolvono su piazze internazionali senza limiti di tempo o di lingua.

L’uccisione di una donna, a dicembre, avrebbe dovuto far capire che il rischio si sarebbe allargato dal momento che le donne, in genere, godono di un’immunità particolare e riconosciuta. Tutto questo non poteva non far prevedere una riposta diversa, altrettanto cruenta e nella quale la domanda di vendetta non avrebbe -come giustamente detto dal vescovo di Locri- sottratto la componente femminile delle famiglie da una sorta di giudizio sul come e dove condurre la ritorsione. Ci sono aspetti, quindi, nella strage di Duisburg, che non presentano caratteri di eccezionalità ma, purtroppo, contengono elementi di una nuova continuità. Una continuità di violenza alternativa a qualunque forma di convivenza civile rifiutata perché mai percepita come tale.

L’isolamento culturale, l’isolamento civile, la strumentalità del risultato politico garantito dal sostegno delle periferie gestite, sono il terreno della crescita di una cultura della violenza, della forza dimostrata anche schiacciando il diritto alla vita di ogni singolo cittadino, ignorando il senso della giustizia che è proprio di uno Stato vero, di una politica pulita, di una società matura. La strage di Duisburg è, nello stesso tempo, l’ennesimo e il nuovo risultato di un luogo comune che si reitera nel tempo e della cui responsabilità lo sono sia le ‘ndrine criminali che coloro i quali, ancorati nei posti di potere, sino ad oggi hanno alimentato il loro senso di potenza politica sottraendosi alla propria responsabilità legale. Quella responsabilità di conoscenza, di contrasto, di rappresentanti di una comunità legale, di uno Stato e di una politica che ancora oggi sono ostaggio dei luoghi comuni. Quei luoghi comuni con i quali ci confrontiamo da tempo e verso i quali non riusciamo a dare risposte imponendo il senso legale e civile della convivenza. Quei luoghi comuni che uccidono superando i confini di quelle periferie lasciate da tempo in un incomprensibile isolamento.


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