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Memorie corte

Da tempo ormai immemorabile, guardando al di fuori di noi stessi, dovremmo avere un sussulto di dignità e di amor proprio per comprendere quanto continua ad avvenire in Calabria. Quanto ci viene proposto con dichiarazioni, convegni, trasmissioni e dibattiti sul nostro futuro, sulle reali condizioni di vita economica, politica e sociale della regione. Ogni giorno, con quotidiana puntualità, non c’è occasione nella quale qualcuno, autorevolmente, ci ricorda cosa non va, cosa si potrebbe o dovrebbe fare per rilanciare la Calabria, attribuire un significato alla sua storia e alla sua cultura, ai sacrifici fatti dai calabresi dovunque nel mondo.

Una serie infinita di buoni propositi o di analisi perfette che, come sempre, provengono da fuori. Si perché, nel nostro essere modesti per alcuni e più avveduti per altri, è sempre auspicabile che a dirci cosa fare e darci buoni consigli siano sempre menti “forestiere”. Da calabrese, credo, così come molti altri calabresi che hanno una modesta capacità di analisi, che non ci siano grosse novità nelle conclusioni del Presidente di Confindustria nell’evento calabrese di pochi giorni fa. E, credo -nell’onestà intellettuale che un simile intervento riportato anche sulle pagine di un autorevole quotidiano economico-finanziario nazionale esprime- che sia l’ennesima riprova che non vi sia una capacità nostra, una volontà ed un’idea reale che miri a rendere protagoniste le nostre risorse e, attraverso queste, di essere a nostra volta protagonisti del nostro futuro se non nei limiti dei facili proclami, delle cose già dette.

Di essere noi per primi a riconoscere, gli errori, presentare le soluzioni, indicare le formule economiche e finanziarie più adeguate per raggiungere un aumento della produttività regionale e creare ricchezza in termini concreti. Per questo, credo che non sia una novità il fatto che, come dichiarato dal presidente di Confindustria, se si riuscirà a far crescere il Pil del Sud più del Nord in quindici anni potrebbero essere creati oltre tre milioni di posti di lavoro. Al di là della cifra interessante, non sarebbe una novità perché è sulla capacità di produrre e offrire servizi che si gioca il futuro di una regione che guarda poco al Mediterraneo ed esaurisce le proprie prospettive solo sull’attività del Porto di Gioia Tauro diventato, quest’ultimo, un luogo comune valido per ogni occasione. Se è vero che i settori strategici sono stati individuati in ambiente, energia, infrastrutture, capacità di ricerca ed abilità di gestione, certo non si è fatto un gran passo in avanti ribadendo solo quanto si era già detto in un passato non tanto lontano.

La verità, ancora una volta, è che vanno indicati i progetti, gli obiettivi concreti, come dico da sempre, misurabili. Vanno indicati e portati a termine progetti di impresa, di servizi e della logistica a rete inserendo la Calabria in un network produttivo che la ponga al centro dell’interesse europeo perché essa è al centro del Mediterraneo. Ma non solo. Va detto come andranno gestiti i fondi, da chi, perché e per quale obiettivo saranno utilizzati. Va detto, ancora, su quali altri investimenti sarà possibile contare sulla regione magari realizzando patti territoriali vantaggiosi, disponendo di risorse umane calabresi che presentano una qualità in formazione tale da essere assorbite nell’occupazione che dovrebbe venire. E va anche ridisegnato il ruolo della giustizia e il senso della legalità, ridefinendo l’azione giudiziaria ed investigativa quale espressione di una volontà che crede che la giustizia stessa debba essere un fattore di crescita e di sviluppo e non solo presentarsi quale protagonista repressivo.

Una giustizia che si presenti come un servizio a sostegno delle amministrazioni più deboli ed un fattore di impedimento reale alla sopravvivenza di aree di impunità trasversali che interdicono agli amministratori onesti di andare avanti nella loro azione, senza mortificarne il senso di sostegno che cercano nelle espressioni territoriali dello Stato. Un contatto che molte volte si realizza soltanto al momento del contrasto e, a volte, guardando ai risultati processuali complessivi, solo di prima ora. Fare sistema, quindi, non è solo ragionare in termini di incentivi o di aiuto alle imprese, grandi o piccole che siano, ma è la prospettiva concreta per realizzare una strategia di crescita e di azione politica che ha una sua direzione, economica ed amministrativa dalla quale nessuna istituzione, pubblica e privata che sia, può sentirsi esclusa o credere di poter perseguire obiettivi unilaterali prescindendo dal risultato complessivo che si vuole ottenere: una società integrata, multilivello, meno provinciale e più aperta al resto del mondo.

Se questa cultura di impegno civile costruito sui fatti non dovesse affermare nella nostra regione, e se essa non sarà finalizzata a dimostrare in un futuro che tutti noi ci auspichiamo che saremmo noi a spiegare le ragioni del nostro successo agli altri, allora non ci resterà che farci ricordare, con notevole difficoltà ad accentarli, ancora una volta i nostri limiti. Così come, dovremmo sentirci intimamente responsabili, ognuno per il ruolo che riveste e per le responsabilità che ne seguono, delle promesse disattese che ogni giorno guardiamo quando ci affacciamo da una finestra o attraversiamo una strada, o percorriamo una ferrovia, o pensiamo al futuro prossimo dei nostri figli. O abbassare il capo, nell’imbarazzo della consapevolezza di quanto non abbiamo fatto, quando tali giusti moniti che dovrebbero pesare sulla coscienza civile di ogni amministratore, di ogni politico calabrese provengono dalla sacralità e imparzialità di un altare.


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