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La vittoria di Obama

Elezioni presidenziali. I democratici vincono sui repubblicani. Il significato di una scelta, le sfide di un Presidente e le (solite) ipocrisie italiane ed europee.

Barak Obama, Presidente degli Stati UnitiLa vittoria di Barack Obama non rappresenta solo una novità nel panorama politico mondiale, per essere afroamericano, per essere stato capace di galvanizzare le fasce più deboli e non solo del Paese confidando nel consenso verso una dimensione progressista e riformista della via americana alla politica sociale e internazionale, per essersi presentato come l’espressione più autentica della vera anima di una grande comunità come sono gli Stati Uniti: quella multirazziale. Barack Obama incarna, oggi, il significato concreto del melting pot americano, la forza di una nazione disegnata sulla diversità delle culture che si sono incontrate e che hanno dato vita ad una sintesi di valori, nelle difficoltà e nelle pagine sanguinose di una storia plurisecolare ormai, che hanno costruito l’american way of life.

Un modello di vita, di stile politico, che può rimettersi in discussione, che può trovare anche negli errori buoni motivi per ridefinire le proprie scelte, nuove prospettive e aprire nuovi orizzonti nelle relazioni internazionali come nelle relazioni interne. Se tra i tanti commenti, pagine, analisi e opinioni di quanti hanno osservato e presentato una campagna elettorale diventata globale nei modi e nei contenuti, credo che la migliore sintesi sia quella per la quale in America, nell’America di Obama, esistono gli individui perché esistono gli Stati Uniti. Un’unità di popoli, di razze, di culture che hanno accettato i fondamenti costituzionali di uno Stato nato senza tradizioni ma efficace risultato di sintesi di storie maturate altrove. Un’unità di sentimenti che trasformano in concretezza la possibilità di identificarsi in un sistema che attribuisce un valore significativo dimostrato dall’impatto che l’elezione di Obama ha avuto nei posti più lontani del mondo.

In Kenya, come nell’Africa meno filoamericana, la bandiera unionista non è stata bruciata, ma sventolata nelle strade, così come molte difficoltà allo stesso antiamericanismo arabo ed islamico arrecherà una simile presidenza. Una presidenza che sarà costretta, perché questo è il prezzo politico da pagare per la vittoria nell’elaborazione delle strategie e delle azioni da condurre, a presentarsi al mondo come somma delle ansie di quelle diversità che sono ancora ostaggio di una guerra al terrore condotta secondo modelli ideologici unilaterali. Una guerra che ne ha moltiplicato la confusione e gli effetti piuttosto che renderli marginali, che ha eluso le aspettative di crescita, considerazione, partecipazione annullandole nella spirale della crisi economica e della conseguente recessione.

La presidenza di Obama sarà, quindi, una presidenza che dovrà decidere quanto libero potrà essere un mercato finanziario senza passare ancora una volta al di sopra del futuro dei meno fortunati, degli esclusi dai ranking di borsa e quanto cooperativa potrà essere la nuova era che si apre nella politica internazionale. Un’era di transizione che tenterà di sostituire ad una politica neo-imperiale una politica mondiale partecipativa, meno concorrente è più orientata al confronto al punto da esportare non una democrazia fondata sul potere, ma una democrazia costruita sul dialogo multilaterale e sulla diversità. La stessa diversità che rende gli Stati Uniti un’idea politica di Stato fondato sulla identità di ogni singolo individuo, nel rispetto del gruppo, ma nella lealtà verso una Patria condivisa e, per questo, come tale riconosciuta. Quella nazione in cui, se tutto è possibile, il cambiamento diventa la manifestazione della riorganizzazione politica del futuro.

Una riorganizzazione che parte dal significato vero del voto, quel voto che vuole il “cambiamento” della politica e degli uomini che la fanno dal momento che la novità non può essere il vestito nuovo del politico di sempre. In tutto questo sta il distacco con l’Europa e con la nostra cultura politica che rende poco credibili gli apprezzamenti espressi in Italia dal momento che in America cambia “veramente” la politica e chi la fa, mentre nel nostro Paese cambiano i governi, i colori e le sigle, ma politiche e uomini sono sempre uguali. E mentre gli Stati Uniti rimettono in gioco il proprio futuro scommettendo su nuovi uomini e nuovi contenuti in Italia, dove tutti i partiti si scoprono incredibilmente grandi fans di Obama, ci si preoccupa di far sopravvivere segreterie e leadership oltre la loro storia guardando a Washington con curiosità e facili entusiasmi, ma ringraziando di non dover mai affrontare una campagna elettorale in America.


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