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La crisi di Gaza e la pantomima italiana

GazaCamp David doveva aprire un capitolo nuovo nella storia della questione palestinese: per la prima volta i leader palestinesi e israeliani erano allo stesso tavolo per discutere dello status di Gerusalemme, dei territori, dei profughi. Un incontro che doveva essere storico per Clinton per risolvere in maniera definitiva il riconoscimento di Israele da parte del popolo palestinese e il diritto dei palestinesi per uno stato nazionale. Un incontro che, al di là delle dichiarazioni finali, deluse le aspettative dell’allora presidente degli Stati Uniti dal momento che Barak propose la stessa mappa della suddivisione dei territori anche se, nel tempo, l’autonomia di Gaza e Cisgiordania si sarebbe trasformata nella debole identità nazionale palestinese dell’ANP.

Camp David, però, ebbe un importante significato politico per la regione. Il confronto tra Barak e Arafat, la partecipazione di entrambi i leader a Camp David, al di là delle schermaglie finali, evidenziò l’incapacità politica dei Paesi arabi cosiddetti moderati di inserirsi nel gioco del processo di pace lasciando a Sadat l’ultimo testimone di un dialogo finito tragicamente con la morte del presidente egiziano. Presentò l’incapacità di Giordania, dell’Egitto di Mubarak e dell’Arabia Saudita di poter essere protagonisti lasciando libero il campo, negli anni successivi, alla Siria e all’Iran. Damasco e Teheran, infatti, non hanno rinunciato alla loro capacità di leadership. Una necessità politica dal momento che al loro “peso” giocato nella regione è legata profondamente l’esistenza dei rispettivi regimi.

Di fronte ad una simile realtà, pur considerando nella loro tragicità gli avvenimenti di questi giorni a Gaza City, è difficile, allora, non fare delle considerazioni complessive. Considerazioni senza le quali si rischia di attribuire all’ennesima campagna militare, a metà strada tra una guerra ed un’operazione interna di controguerriglia, un significato temporaneo, una via sbrigativa di risposte militari senza soluzioni di continuità per il medio termine. Hamas gioca, da sempre, la carta di un movimento integralista islamico sciita. Vicino alle posizioni di Hezbollah e strumentale alla politica regionale di Teheran il primo quanto altrettanto funzionale alla politica siriana lo è il secondo. Prescindere da tale aspetto, e prescindere dal timore degli altri Paesi arabi che l’instabilità possa giocare contro i regimi autocratici rafforzando il ruolo regionale di Damasco e di Teheran, significa avere una visione distorta della crisi in Medio Oriente.

Se l’Europa tenta la carta del Quartetto, magari allargato ad altri possibilisti, per una mediazione diplomatica che non ha aderenza perché priva di poteri coercitivi e di una diplomazia efficace capace di imporre soluzioni significative, l’Italia si divide in una serie di posizioni e dichiarazioni che hanno solo un mero valore di vetrina, ma nessuna possibilità di ascolto.
Se, al di là delle varie posizioni assunte pro o contro Israele, si aggiungono le dichiarazioni di un leader politico già ministro degli esteri in passati governi secondo i quali Hamas è un movimento politico …armato, diventa estremamente difficile per noi comprendere non solo quale sia il limite di una risposta militare, ma anche quello di una politica terroristica che si assume a strumento di strategia indiretta e che magari chiede, attraverso il peso dei morti, di essere diplomaticamente riconosciuta. In tutto questo, vi è una miope visione del processo di pace possibile e del ruolo degli attori in Medio Oriente.

Ciò accade da molti anni nella politica europea verso il Medio Oriente. Ciò accade in Italia dove le diversità delle opinioni di alcuni esponenti della sinistra, e la forza delle parole, sottendono ancora oggi una prospettiva geopolitica precostituita. A destra, al contrario, vi è un’incerta, perché modesta, capacità di esprimere una politica estera fondata sul ruolo del Paese e sull’azione che l’Italia dovrebbe condurre nella regione mediterranea e mediorientale. Un’azione che dovrebbe coniugare stabilità politica ed economica con la ricerca di un dialogo tra le diverse comunità. Un’azione da condurre all’interno di un quadro di condivisione regionale delle scelte attribuendo il giusto peso agli attori in campo.Se la solidarietà al popolo palestinese può essere compresa e se l’intransigenza di Tel Aviv crea imbarazzo all’Occidente, certo è che non si può nascondere che Hamas, nel sovvertire l’autorevolezza di Abu Mazen, e del movimento Fatah abbandonato al suo destino fra tutti proprio dall’Occidente, sia un movimento violento, poco incline al negoziato, a trovare soluzioni di compromesso rivolte a garantire un assetto democratico ai territori palestinesi in un possibile confronto senza armi sul tavolo.

Quel confronto che dovrebbe risolversi nella volontà dei possibili mediatori europei di far sostenere lo sviluppo dei territori palestinesi, Striscia di Gaza e Cisgiordania, favorirne la transizione democratica ed evitarne l’isolamento dalla comunità arabo-israeliana. Evitare, soprattutto, quella povertà nelle opportunità che si è trasformata nella povertà degli animi facile preda delle lusinghe di Hamas e di Hezbollah con tanti ringraziamenti a noi occidentali da parte di chi ancora oggi ha un occulto, ma non troppo, peso determinante nell’instabilità della regione. Un’instabilità pagata a spese di Israele, che reagisce, e del popolo palestinese, che la subisce; entrambi ostaggi dell’incapacità occidentale di costruire una politica estera mediterranea ed inclusiva, il primo, e dell’ipocrisia araba di dire di voler costruire un futuro di democrazia e di convivenza a parole, e non fare nulla per realizzarlo nei fatti, il secondo.


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