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Dimenticati da Draghi

La Banca d’Italia e il suo Governatore. Una Relazione senza novità.

Mario Draghi, governatore della Banca d'ItaliaLa relazione annuale della Banca d’Italia rappresenta non solo un appuntamento rituale, ma anche un momento di riflessione visto che ragion di Stato, politica istituzionale dell’istituto centrale e aspettative dei protagonisti della nostra economia si sommano e si rincorrono in giudizi altalenanti tra un ottimismo di maniera e un pessimismo dettato dal realismo quotidiano. Dalla metà di marzo, secondo le indicazioni del Governatore, le tensioni sui mercati finanziari e le quotazioni di borsa - ammesso che questi siano indicatori sufficienti per definire un trend di possibile stabilizzazione e miglioramento dell’andamento dei mercati finanziari a secco di liquidità - sembrano essersi “risollevate”.

Ciò significa, tra le altre cose, che il risultato a medio termine dovrebbe essere un’attenuazione delle spinte recessive. In questo senso, il Governatore ha affidato la speranza di un riassetto dell’economia nazionale, e di un’inversione di tendenza, al fatto che le probabilità che una persistenza della spinta deflattiva, interpretata come un declino prolungato e generalizzato dei prezzi, sembrano apparire oggi modeste dal momento che secondo le previsioni dell’istituto centrale, le aspettative d’inflazione a medio e a lungo termine dovrebbero mantenersi prossime e non superiori al 2%. Fermo restando tali riflessioni, nonostante una lenta riconquista di parte della liquidità evaporata nella volatilità degli azzardi finanziari delle banche, alle imprese sembra manchino ulteriori risorse per dare impulso all’economia reale: ovvero per produrre, vendere e, così, poter riassumere.

E tutto questo avviene in una situazione reale di congiuntura recessiva il cui superamento, per usare le parole del governatore, non sembra essere così alle porte dato che non è possibile individuarne “[…] con certezza una definitiva inversione ciclica […]”. Ovvero la ripresa, prevista nel 2008 per l’anno 2009, dovrebbe riprendere nella migliore delle ipotesi non prima del 2010 e così via. In questa relazione da “bicchiere mezzo pieno e bicchiere mezzo vuoto” segue una considerazione alla quale non può non essere dato il giusto peso. E cioè che per i prossimi mesi non solo si osserverà una crescita delle risorse inoccupate con un aumento del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni, che ovviamente nella fase iniziale sottrarrà risorse allo stesso lavoratore - dovendosi ricorrere ad anticipazioni sul Tfr (trattamento di fine rapporto) alle quali compenserà l’istituto di previdenza rimborsandone gli anticipi - ma ciò continuerà ad avere degli effetti diretti sull’economia reale.

In poche parole questi i risultati: un aumento della disoccupazione con una minor capacità produttiva soprattutto delle piccole e medie imprese che continueranno ad abbandonare i mercati con un serio rischio di non rientrarci più nel medio termine; una contrazione del reddito disponibile per le famiglie con una conseguente diminuzione dei consumi e dei risparmi; un drenaggio di liquidità dovuto all’instabilità dei mercati finanziari e alla crisi di fiducia anche sugli asset di impresa più consolidati del sistema Italia di cui la Fiat, per farne un esempio dell’ultima ora, ne ha pagato il prezzo nella corsa per Opel. Insomma, le imprese rimangono in difficoltà nell’impossibilità di produrre e vendere per calo della domanda interna e internazionale mentre le banche, che inseguono una ricapitalizzazione delle liquidità bruciate sugli investimenti in titoli-scommessa, continuano a perdere di vista il loro ruolo di finanziatori di progetti reali e gestori del risparmio in termini concreti se non come strumento per far pagare ai correntisti gli errori degli investimenti operati.

L’unico dato certo della relazione resta la sensibile gravità della crisi del sistema Italia soprattutto quando si ipotizza il raggiungimento a breve del 10% di lavoratori cassaintegrati e una diminuzione del Prodotto Interno Lordo pari al 5%. Ebbene, al di là delle facili e ottimistiche iniezioni di fiducia, se questa è la condizione del Paese una rinascita in tempi brevi sembra impossibile a meno che non si guardi a due prospettive al momento senza orizzonte. La prima, il settore pubblico allargato, gli investimenti in opere pubbliche e infrastrutture oltre al rilancio dell’impresa privata, il rientro graduale e programmato delle risorse inoccupate con la possibilità di favorire l’aumento dei redditi e incrementare l’accesso ai consumi, la fiducia nel risparmio e nel suo investimento. La seconda, il Mezzogiorno.

La parte debole del Paese da sempre, quella parte d’Italia assente in una relazione che si preoccupa di dare corso ad analisi macroeconomiche e finanziarie che guardano altrove. Un Sud d’Italia privato del giusto riguardo quale volano di una possibile crescita, abbandonato al ruolo di Cenerentola e ritenuto di fatto privo di significato per un qualsiasi progetto di rilancio dell’economia nazionale. Un Sud che ancora una volta è il volano mancato. Un’occasione dimenticata di programmi di infrastrutturazione ragionata indirizzata verso il Mediterraneo che potrebbero favorire il rilancio delle piccole imprese spostandone l’orizzonte verso nuove frontiere e maggiori opportunità di investimento nei mercati emergenti. Un Sud che continua ad essere elemento di difficoltà, incompreso nelle analisi macroeconomiche nonostante la maggior parte delle risorse occupate al Nord siano e continuino ad essere ancora meridionali.

Un Sud che paga ancora un prezzo derivato al Nord, dove l’incapacità di assorbire tali stock occupazionali contrae le possibilità di aumento dei consumi ed una distribuzione del reddito che possa favorire anche piccoli investimenti finanziari aumentando le quote di risparmio delle famiglie del Mezzogiorno e dei nostri lavoratori nelle regioni settentrionali. Quel risparmio ormai sempre più consunto, che dovrebbe creare quella ricchezza tipica di una regione e della nazione che da valore al lavoro e, quindi, a ciò che produce. Una riflessione a margine di una relazione. Una riflessione troppo semplice, forse, ma concreta nel vederci di nuovo, per l’ennesima volta, dimenticati. Quel Sud con i propri lavoratori oggi nuovamente disoccupati al Nord e le piccole poche imprese che stentano ad affermarsi ancora ricattate dal sistema di garanzie reali che domina, nonostante la crisi, la politica bancaria del credito.


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