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Gheddafi superstar

Quando il “colonnello” libico era ancora qualcuno per i suoi ex amici di oggi.

Gheddafi e Giorgio NapolitanoLa politica estera è in genere lo strumento attraverso il quale si esprime l’azione politica di un esecutivo verso gli altri Stati e la comunità internazionale nel suo complesso. Essa è il risultato di sentimenti, opportunità, condivisione di prospettive e obiettivi in una società molto particolare come quella degli Stati nazionali e non solo. Ma la politica estera è, proprio per questo, anche lo specchio della credibilità di un governo vista nel modo di scegliere la propria collocazione internazionale e i propri partner dal momento che attraverso le posizioni prese l’esecutivo manifesta la volontà di assumersi un ruolo, una responsabilità nelle scelte e nelle relazioni concluse. Ora, la visita di Gheddafi in Italia certamente non è una visita qualunque perché Gheddafi, al di là delle schermaglie di partito, non è un Capo dello Stato qualunque.

Nell’interminabile, annoso, confronto tra Libia e Italia - che ci fa pagare senza tregua i costi di un imperialismo dozzinale giocato più sul velleitarismo che non sulla credibilità di essere potenza nei primi anni e sino alla prima metà del Novecento - ci ritroviamo finalmente assolti dalle nostre colpe con una grazia riconoscente alla quale rispondiamo con una verità italiana di revisionismo silenzioso, dimenticandoci della verità libica data da un regime che sopravvive al di là di ogni possibile riforma democratica. Certo, l’imperialismo italiano non sarà stato così delicato nei modi e nella condotta in un periodo storico nel quale nessuna conquista coloniale si è distinta per essere stata incruenta. Ma neanche i colpi di Stato che hanno portato al potere i regimi in voga a Sud del Mediterraneo si sono distinti per essere pacifici o aperti al dialogo con il dissenso.

Tuttavia sembra paradossale che una democrazia come la nostra, che non può non avere una visione più ampia del proprio orizzonte diplomatico, soprattutto nelle regioni di interesse geopolitico, insegua la propria affermazione permettendo che venga messa in discussione da un ospite la storia e le istituzioni che ne sono il frutto. Ora che l’Italia sia una democrazia atipica e pronta a stendere tappeti e aprire “tende” ad ospiti di tal riguardo non è una novità. Che l’Italia si dimentichi presto della propria storia è un altro fatto assodato. Ma che si dia lustro alle lezioni sulle istituzioni democratiche del nostro Paese o, ancora meglio, che si possano accettare i suggerimenti di un leader straniero che si occupa di “fatti interni” durante una visita ufficiale ciò è paradossale se non diplomaticamente ridicolo. E se a ciò si aggiunge che un ospite a ben riguardo dovrebbe solo essere grato per l’ospitalità ricevuta, le dichiarazioni rese senza risparmio alcuno dal leader supremo hanno capovolto qualunque ragionevole obiettivo di autorevolezza del Paese ospitante.

Una ragionevolezza mancata e al limite del buon gusto che avrebbe dovuto risolversi con il ricordarsi, per la Libia, che l’Italia ha presentato da tempo le proprie scuse e pagato molto, in termini finanziari, per risolvere il debito di una storia non meno tragica di tante altre storie vissute in Libia ieri, come da altre parti della regione del Nord Africa e del Medio Oriente oggi. Regioni e storie dove non vi sono esempi di scuse, ad esempio, sulla negazione dei diritti umani o sul non pari accesso alle opportunità di reddito. Nella visita di Gheddafi l’Italia ha messo in gioco agli occhi del mondo occidentale la propria autorevolezza. Una credibilità già fragile nel gioco delle aperture con la Russia e con la stessa Libia. Aperture che, se giustificabili per contenuti ed obiettivi, vengono poi ad assumere una deriva senza correttivi nel momento in cui sia Mosca che Tripoli mettono in discussione non solo gli Stati Uniti, partner a volte scomodo ma a cui dobbiamo riconoscenza, ma l’Occidente stesso nella sua dignità culturale ed economica. Ma veniamo alle lezioni offerte.

Sulla comprensione del fenomeno terroristico, e sulla capacità di dialogo, il leader libico poteva dire molto di più perché molto può dire la sua storia recuperando personaggi e fatti scomparsi nei ricordi brevi della politica italiana. Se aver riaperto le porte dell’Iraq abbattendo il regime di Saddam Hussein ha significato dare vetrina e diritto di tribuna ad Al-Qaeda dovremmo chiederci noi, sul monito di Gheddafi, e magari dargli anche una risposta, del perché abbiamo condiviso le scelte del presidente Bush partecipando alla missione in Iraq. Oppure interrogarci del perché oggi siamo impegnati in Afghanistan a fianco degli Stati Uniti senza capire che il terrorismo, come ci consiglia il leader libico, dovrebbe “essere compreso”. Oppure credere che se la comprensione del terrorismo è data dallo sfruttamento delle ricchezze petrolifere e del gas dovremmo pensare che aver arricchito i leader arabi di turno in tutti questi anni sia stata una giusta scelta politica. Salvo, poi, ritenere dannoso il fatto che le ricchezze di famiglia dei potenti vicini d’oltremare non siano state spalmate sulle popolazioni per creare reddito e favorire, magari, un più equo accesso ai consumi e ad una migliore qualità della vita, evitando, così, una strumentale, ma comoda per i regimi come quello libico, astiosità delle comunità più povere verso l’unico male assoluto: l’Occidente. Ma la visita di Gheddafi ci lascia aperti altri dubbi.

Dovremmo riflettere, dopo le indicazioni del leader libico, sulle veloci lezioni di democrazia che ci sono state impartite accettando, e facendocene una ragione, che i regimi degli Stati e le dittature di matrice religiosa o fondamentalista siano questioni interne dei singoli Paesi. Paesi che nel non poter essere tutti uguali non devono subire ingerenze sugli assetti interni anche se questi possono mettere in pericolo la pace e la sicurezza internazionale. Ovvero, su quelle questioni interne per le quali una Corea del Nord può essere comunista e proliferativa tanto quanto l'Afghanistan può scegliere di essere governato dai mullah, con buona pace di ogni missione oggi in atto soprattutto in Asia Centrale.

Dovremmo apprendere che se l’immigrazione ha un costo per la Libia essa è soprattutto un costo “economico”. Un costo molto alto pari a diversi miliardi di euro per poter gestire i flussi migratori che “passano” dalla Libia verso l’Italia e, dalla porta della penisola, proseguono per l’Europa. Dovremmo essere coscienti che la cooperazione ha un costo alto, che è necessario pagare per frenare il fenomeno migratorio senza avere alcun dubbio sul fatto che per Tripoli tutto questo possa essere una buona scusa per drenare risorse altrui a proprio uso e consumo. Dovremmo riflettere su una nuova dottrina politica suggeritaci dal leader della rivoluzione che tende a dare un significato diverso della competizione politica e del senso della democrazia in Italia.

Da persona molto ben informata sul panorama politico, respirando l’atmosfera di un clima pre-referendario, Gheddafi ci ha suggerito che sarebbe il caso di “[…] annullare tutti i partiti italiani e dare il potere al popolo […]”. Un formula semplice per semplificare il complicato quadro politico italiano a cui tutti vorremmo tendere, mettendoci poi d’accordo sui termini e i modi attraverso i quali restituire giustamente il potere al popolo. Insomma, al di là dell’ironia di circostanza che un simile teatro della politica estera fai da te ci presenta, per Muammar Gheddafi sembra oltremodo evidente che l’Italia, nel suo immaginario, sia ancora oggi l’Italietta delle colonie, di un imperialismo così straccione che ha lasciato scuole, strade e qualche connazionale a offrire nel deserto un contributo certamente non di dominio né di superiorità razziale negli anni della guerra e ben oltre.

Le guerre hanno un prezzo. Ci sono vincitori e vinti. Il prezzo è stato pagato a metà da entrambe le parti. Dagli italiani che non vollero la guerra, dai libici che ne hanno subito le conseguenze. Ma ad oggi Tripoli non ha pagato il prezzo dell’oblìo della democrazia in un Paese che troppo presto si è dimenticato delle sue aderenze al terrorismo, del suo mecenatismo antioccidentale e che rilancia sul piatto di sempre, l’Italia e le sue colpe, i limiti dialettici di un regime. Un regime che si nasconde dietro un passato che ha poco di che confrontarsi con la storia della nostra seppur immatura, fragile democrazia.


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