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Politica di difesa e politica di pace

Una spilla, una piccola spilla con i colori arcobaleno della pace luccica sul bavero della giacca del Presidente della Camera Fausto Bertinotti durante la parata militare del 2 giugno. Un simbolo di pace se nella storia anche la pace fosse stata una conquista incruenta, ma così non è stato. Un simbolo di pace politicamente corretto se il comunismo non si fosse affermato con violenze, omicidi, stragi e genocidi alla stessa stregua del fascismo e del nazismo e di ogni altra dittatura o totalitarismo.

Romano Prodi e Fausto Bertinotti (si noti la spilla pacifista su quest'ultimo)Dal 1996, dalla data di intervento in Albania in poi, il Paese si è trovato di fronte alla sua condizione di attore in politica estera. Ma dal 2006, dalla Festa della Repubblica appena trascorsa, sembra che il ricordo sia svanito anche di fronte all’evidenza dei nostri soldati caduti in questi ultimi giorni. Il ricordo di una crescita dello strumento militare avvenuta per impegni internazionali assunti dai vari esecutivi che si sono succeduti nel tempo. Interventi dei quali alcuni assunti per mandato internazionale, Albania e Afghanistan; altri senza alcuna legittimazione, ma scelti per dovere di coalizione: il Kosovo (governo D’Alema) e l’Iraq (governo Berlusconi).

Sicuramente non doveva essere lo scopo di una festa sempre più malinconica della Repubblica ricordarci che l’Italia è cresciuta, per capacità di proiezione politica all’estero, anche per merito dei suoi soldati. Dovevano essere sufficienti i nostri caduti. Ma, probabilmente, il senso di rispetto e di valore delle nostre Forze Armate doveva fare i conti con una simbolica esteriorità pacifista. Un simbolismo manifestato come un estetismo da accessorio da parte di chi ha dimenticato quanto, e come, la storia delle idee si sia imposta anche attraverso l’uso di una forza sicuramente non pacifica. Una forza militare che ha accreditato totalitarismi di ogni colore, comunismo e fascismo, e verso i quali uomini di oggi ancora ne valutano alcuni aspetti quali esempi di virtuosità politica.

Ma non è stato solo l’atteggiamento del Presidente della Camera con la sua spilla a ricordarci che esiste un universo militare. Vi è anche la volontà di credere in un pacifismo strumentale e non propositivo che ci ricorda che la politica estera non può prescindere, quale corollario, da scelte di politica militare. Un pacifismo mai propositivo al punto tale che, per quanto si possa essere d’accordo o meno, tocca ai militari difendere, se questo è uno Stato democratico, valori e principi a cui le Forze Armate italiane da sempre, anche negli anni più bui della nostra storia, si sono ispirate.

Lo dimostrano i caduti nelle battaglie inutili della Seconda Guerra Mondiale come nella lotta alla resistenza. Lo dimostrano le missioni fuori area a cui i pacifisti ricorrono come loro monopolio politico salvo lasciare, poi, sul terreno, ai soldati l’onere della condotta e della sicurezza e preferendo ben altro tipo di democratica violenza: quella dell’antagonismo delle piazze, delle bottiglie incendiarie, della dissacrazione dei nostri simboli e valori. Un valore ideologico, questo, che porta sino in Parlamento. Tuttavia, oggi, per chi crede in uno Stato maturo e democratico, orgogliosamente democratico, non si tratta di essere pacifisti. Sarebbe politicamente pleonastico per una democrazia come la nostra. Nessuno vuole la guerra. Tantomeno un soldato. Se poi questo soldato è italiano ancor meno.

Possiamo discutere sui modi e sulle intenzioni di un governo che ha abbandonato la difesa alla sua deriva post-missione, non decidendo cosa vorrà fare delle Forze Armate, in che termini vorrà qualificarne e valorizzarne il ruolo senza mortificare uomini e donne che sono anche strumento di politica estera al di fuori dell’ambito nazionale. E non so cosa significhi essere di destra o di sinistra in questa ridda di dichiarazioni e considerazioni sul ruolo dell’Italia e sulla politica militare. Credo, però, che abbandonarsi ad un pacifismo militante solo negli slogan o nella ripartizione di poltrone per un parlamentare ultimo arrivato e a necessità di titolo, quanto appropriarsene per debito di contributo elettorale per chi fa i conti di Presidenze possibili o dovute, non sia un’immagine da Paese maturo. In tutto questo il pacifismo non c’entra nulla. Vi è un’evidente, ulteriore svalutazione della professione e della missione dei militari italiani.

Credo che vi sia un’ipocrisia che domina l’arco politico diviso fra chi ne difende la dignità, ma solo per presunto, e comodo, credito politico come fa la destra, e chi la mortifica nelle logiche del potere come fa la sinistra. In una situazione così magmatica, non si darà del Paese un’immagine di stabilità e di credibilità necessaria per assolvere bene gli impegni internazionali nel nome della nostra sicurezza e della comunità internazionale, alla quale l’Italia vi partecipa e se ne assume oneri e responsabilità sulla pelle dei nostri soldati. Ma, soprattutto, in questa indecisione e di fronte ad un discredito militarista si indeboliscono gli animi e i sentimenti di chi, indossando le stellette, vorrebbe servire uno Stato democratico che sceglie di essere attore e non di presentarsi come il solito panchinaro difeso nei rischi da responsabilità altrui.


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