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L'ultimo dei profeti

Gheddafi
Vi è qualcosa di estremamente singolare nella provocazione del leader libico lanciata nella sua ultima visita in Italia. Vi è sicuramente una volontà che non è solo show televisivo o conquista di una vetrina che gli viene ceduta senza costi e condizioni in tutta la sua possibilità espressiva. Vi è, al contrario, una capacità di comprendere da parte di questi che le porte dell’Europa sono porte che si possono attraversare senza grossi imbarazzi, con una semplicità tale che gli consente di poter rivolgere una sfida religiosa che sottende un messaggio politico molto chiaro non solo per noi europei, e italiani, ma per le comunità islamiche.

Di fronte ad un’incapacità dei leader islamici a dare unità politica al proprio universo costellato da movimenti e organizzazioni che ne frammentano le anime, venuto meno il collante palestinese di qualche decennio fa, la Libia di Gheddafi usa la carta di ricollocarsi nel gioco politico del Mediterraneo riassumendo man mano una veste di interlocutore privilegiato verso l’Occidente cercando di aprirsi un varco in una certa Europa. L’Europa islamica. Quell’Europa che non è un’identità trascurabile e che, nella forza dei numeri, ridiventa un target interessante per il “Colonnello” alla ricerca nelle dinamiche regionali di quella autorità perduta nelle esperienze della Lega Araba di tempi andati.

Così, l'ultima provocazione del leader libico sul riconoscimento dell’Islam quale religione europea è, in realtà, la consapevole convinzione di poter man mano approfittare del credito apertogli per rilanciare la competizione tra Islam e Occidente portando dentro casa altrui, la nostra ovviamente, le contraddizioni di una religione "politica" estremamente competitiva e totalizzante. Se per Gheddafi l'Islam può diventare religione d'Europa, se il leader libico usa l’immagine di proporsi quale nuovo Dottore della fede, approfittando delle italiche intemperanze mediatiche di un’estate agitata e politicamente vanagloriosa, il messaggio di “conversione” rischia di essere un motivo di rilancio per un nuovo confronto politico.

Un confronto rivolto a garantire ancora più spazi in futuro alle comunità islamiche in un gioco di sovrapposizione e non di pari dignità tra le religioni riconosciute e liberamente professate in una comunità giuridica e culturale laica, ma di tradizione cristiana, come quella europea. A tale messaggio, e con tanti onori e curiosità che ci distraggono dall’intima percezione della volontà, ci si potrebbe chiedere, già che ci si trovi, se a ciò non si possa associare anche una proposta di conversione possibile verso un modello di governo collaudato altrove che superi quei valori sui quali si è costruita la civiltà politica e giuridica occidentale.

Quella civiltà di democrazia, tolleranza, solidarietà, rispetto interreligioso che ci distingue e ci permette di crescere nel rispetto dell’uomo. O se a tanto si possa associare una ulteriore conversione ad un modello giuridico e politico che istituzionalizza la religione per finalità di potere e relega il diritto del singolo, personale o di difesa nei confronti del potere medesimo, ad un accessorio. Un’esperienza che l’Europa ha già pagato con guerre, massacri e sangue nella sua storia di scismi e riforme che non credo sia auspicabile riproporre. La verità è che l’Italia e l’Europa si sono dimenticate di avere qualcosa di mediterraneo da dire.

Si sono dimenticate di avere qualcosa di mediterraneo da vivere e che la politica mediterranea non è monopolio di un leader piuttosto che un altro, ma è, o dovrebbe essere, il risultato di una comune volontà di non prevaricare culture e religioni dal momento che non esistono pensieri unici e unici e soli profeti. E soprattutto, che non esistono compromessi possibili tra democrazie e totalitarismi in nome di una qualunque fede, politica o religiosa che sia, o in ragione di un interesse economico o di potere del momento.


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