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Politica estera in alto mare

I fatti del Mediterraneo dimostrano, semmai avessimo ancora qualche dubbio, come l’Italia, nonostante i suoi sforzi, stenti ad avere una politica estera credibile. Stenta perché ancora una volta l’Italia avrebbe dovuto essere decisionista e non lo è stata, perché avrebbe dovuto guardare più in là del proprio comodo limite politico ma non lo ha fatto, perché doveva essere meno provinciale e casalinga e non lo è stata, perché, in fondo, la subalternità è per la politica estera italiana una (non)scelta di comodo.

Una non scelta che ha caratterizzato tutti i governi italiani, dal momento che nessuno si è distinto per dinamicità e lunghezza di vedute, capacità di previsione. Forse solo Andreotti, durante i governi Craxi I e II riuscì a ricollocare l'Italia in un quadro politico di media potenza. Ma ci fummo costretti. O si scendeva in campo, senza nascondersi dietro una politica atlantica o gestita su indicazioni altrui, o gli attentati terroristici in casa nostra (Fiumicino) e prim'ancora il ricatto energetico (l'austerity degli anni Settanta) ci avrebbero messo in ginocchio. E allora siamo stati costretti a dialogare con il mondo arabo, cercando di essere protagonisti di una formula possibile di pacificazione della regione.

La politica estera fa parte ed è espressione della storia di uno Stato. L'Italia non l'ha mai fatta o, meglio, l'ha fatta a rimorchio delle alleanze di comodo, del momento, da buona casalinga che fa la spesa guardando ai prezzi più convenienti; alleanze (e prezzi) buone o meno buone che fossero. La destra di ieri ondivaga tra post-fascismo alla ricerca di esempi da imitare tra quelli sopravvissuti (Grecia, Portogallo sino a Le Pen per poi rinnegare tutto) e la difesa nazionalista di uno Stato internazionalmente debole. La sinistra di ieri limitata ad una visione internazionalista di partito espressa nell'ottica di un socialismo (leggasi comunismo) quale modello da diffondere in alternativa a quello capitalistico-borghese giocato all'ombra della dittatura sovietica. La destra di oggi, presa da una visione personale e, per questo, limitata al singolo, e agli affari che, per carità, comunque non andrebbero persi nonostante la crisi del momento (qualunque dovesse essere il regime post-Gheddafi dovremmo capire come i prossimi governi potrebbero rilanciare l'economia privandosi delle commesse sottoscritte e dei rapporti commerciali con l’Occidente).

La sinistra di oggi ricalca slogan altrettanto populistici, e ci si chiede dove fosse stata quando anch'essa riteneva Gheddafi un interlocutore necessario per arginare l’azione di Israele ed evitare ostacoli al processo di pace in Palestina o, quando, intratteneva rapporti personali con i leader della Russia sovietica che a loro volta appoggiavano i vari regimi – Gheddafi compreso. A ben guardare, forse, solo i radicali ( ad onor del vero) hanno dimostrato di avere sensibilità e capacità di analisi dei fenomeni internazionali, in un’ottica transnazionale che li avvicinava più alle esigenze dei popoli che degli Stati …forse solo loro.


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