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Corrida italiana nell’arena europea

ImageGovernare, ovvero esser capaci di condurre una nave tra le secche e gli scogli, tra le tempeste e i venti non favorevoli e salvarla in un porto sicuro. Verbo etimologicamente costruito e preso in prestito dal gergo marinaro e adattato alla condotta di un popolo, al gestirne le emozioni politiche e a garantire ai popoli la maggiore sicurezza e prosperità possibile. Un verbo, una condizione dell’agire, che si propone di esprimere la sintesi ideale di ciò che un leader dovrebbe fare, di ciò che una comunità di Stati dovrebbe ricercare nel momento in cui si organizza in un’entità sopranazionale assumendosi le responsabilità di ogni partner per meglio offrire crescita e sicurezza ai popoli, alle comunità che la compongono. Un verbo che si usa spesso - troppo spesso al di là dei risultati stessi - coniato e coniugato su archetipi di stabilità e di capacità.

Un verbo che ricerca credibilità nell’azione, nelle scelte politiche per darsi concretezza, significato, valore. Ebbene, nella vicenda della gestione della crisi libica in tutte le sue sfaccettature non si può non comprendere quanto governare sia fondamentale e quanto, in realtà, farlo non sia facile e non sia improvvisabile. In una scena tutta italiana nella quale ogni attore esprime se stesso senza una logica unitaria, nella celebrazione di una vanesia politica, di fronte al dissolvimento dell’unità di indirizzo - che si osserva nell’ondivago cammino di ogni ministro su passi che si consumano nell’ambito di un proprio orizzonte - ci scopriamo europeisti per necessità e non-europeisti per presunto abbandono.

Governare presuppone non un leader che decide solo secondo un’emergenza che non ha fine il quotidiano. Significa gestire anche le crisi in maniera unitaria. Significa dotarsi di un metodo di pianificazione dove non ci sono ambiti di dicasteri impermeabili, ma sinergie e scelte che si completano in azioni condivise tra i ministri e tra il governo italiano e il resto d’Europa. Francia e Germania conoscono bene Schengen e non credo che si tratti di, o sia necessario, approfondire un trattato ratificato da qualche anno che definisce regole che garantiscono, nella libertà di movimento assicurata ai cittadini dell’Unione, alcune condizioni accettate anche dall’Italia di regolamentazione dei flussi e dei movimenti di cittadini extra-UE.

Dovremmo ammettere, altrimenti, di non averlo ben letto prima di ratificarlo oppure di essere convinti che Parigi e Berlino non abbiano accolto la traduzione esatta o lo abbiano volutamente frainteso. Non credo che Parigi o Berlino vogliano esprimere, ricorrendo al trattato, una sorta di fobia per l’Italia. Semmai è l’Italia che perdendo tempo nel decidere di prendere una posizione nell’ambito della gestione, del “governo”, degli effetti della crisi libica e non solo, ha come sempre cercato rifugio nel non definito, nel “…fin tanto che è possibile”.

Un’Italia che ha visto ministeri, come l’Interno, la Difesa e gli Esteri muoversi ognuno nel proprio ambito senza ricondurre ogni azione necessaria all’interno di un quadro complessivo di responsabilità e di soluzioni. Ovvero, di porre i termini e le condizioni della partecipazione italiana ai partner dell’Unione e atlantici nell’ambito di una chiara pianificazione e gestione della crisi dal momento che gli immigrati non sono altro che il prodotto della medesima crisi che si intende arginare, “governare” anche con altri mezzi. Berlino e Parigi hanno ben chiaro il problema dell’immigrazione perché vissuto e governato da anni. L’Unione europea, al contrario, stenta a definire una propria politica verso i migranti pur avendo scelto di favorire, almeno nelle prossimità a Sud, un’azione di partenariato euromediterraneo.

Una scelta che avrebbe dovuto dare significato al processo di Barcellona aiutando non solo il rilancio economico e gli scambi dei Paesi del Nord Africa con l’Europa ma, anche, favorendo i processi di democratizzazione che oggi ci sfuggono, ancora una volta, di mano. Tuttavia se l’Europa manca, manca anche in proporzione al contributo, alla credibilità, alla possibilità avuta di poter “governare”, condizionare, i processi e le politiche dell’UE da parte dell’Italia. Governare significa condurre. Condurre una nazione anche attraverso mari in tempesta, in giorni burrascosi. Se tale capacità non la si ha è difficile che altri ci illuminino l’orizzonte perché il dominio domestico non supera quello altrui dal momento che quello altrui non cercherà certamente il nostro.

Il dilettantismo in politica non paga. Le scelte errate le pagano le comunità, i popoli. In Italia opposizione e governo in questo si accomunano. Lo scambio d’accuse poi non porta da nessuna parte. Uscire dall’Unione? La condanna al fallimento politico di uno Stato e l’abbandono alle intemperie politiche, ad ogni invasione che aprirà, volenti o nolenti ogni confine. Perché nessun confine è destinato a reggere all’impatto della storia se la storia non si è in grado di governarla.


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