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Stare alla finestra: una politica estera che non paga più

Gheddafi, Berlusconi e Napolitano
L’affondo della Lega sulle scelte dell’esecutivo di concorrere alle operazioni militari in Libia non può essere considerata una sorpresa. Così come non sono certamente una sorpresa le posizioni delle opposizioni, o le richieste di un chiarimento “politico” sul ruolo e sulle azioni da condurre da parte dell’Italia nell’ambito della crisi libica. Entrambe sono il prodotto di un modo di fare, ma sarebbe meglio dire di non fare, politica estera di un Paese che non perde occasione di annaspare nelle decisioni. Un Paese che si frammenta nelle scelte finali, incapace di trovare una sintesi giusta, adeguata, equilibrata, condivisa ma decisa in ciò che dovrebbe fare. Il gioco a rimpiattino all’interno della maggioranza, e un’opposizione che non ha una politica estera definita e chiara al pari del governo, espongono l’Italia ad un’ennesima figura di nazione marginale suo malgrado in un teatro, quello mediterraneo, nel quale dovrebbe essere protagonista da sempre.

L’anima provinciale, il considerare secondo necessità il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto delimita i contorni dilettanteschi di un modo di agire che sulla scena internazionale si paga sulla credibilità, sull’affidabilità e sulla coerenza di uno Stato. Francia e Regno Unito si sono riappropriati in questi ultimi mesi dell’arena politica internazionale iniziando proprio dalle porte di casa nostra, dal Mediterraneo. Consapevoli che per gli Stati Uniti un impegno troppo diretto potrebbe essere interpretato come l’ennesima ingerenza imperialitica di una nazione non molto amata nel mondo arabo, Londra e Parigi sono certi che questo sia il momento per affermare una leadership continentale e non solo. E lo sono perché il provincialismo non è una caratteristica di queste due grandi nazioni. Francia e Regno Unito riassumono in sé, nella loro storia, pregi e difetti, drammi e successi, di un passato coloniale che è sopravvissuto nella permeabilità delle loro stesse società. Un’interazione che delinea senza ombra di dubbio le capacità di poter comprendere e di poter agire quindi sulla scena mondiale in ragione di un interesse nazionale e collettivo che viene perseguito senza tentennamenti.

Il Mediterraneo non è la Brianza e non è l’Iraq di ieri nel quale si possono condurre missioni a metà e ritornare a casa con il solito nulla di fatto. Il Mediterraneo è un sistema complesso, culturalmente, socialmente, economicamente di cui l’Italia ne è parte. E’ un sistema complesso gestito con l’opulente occhio miope di un’Europa democratica che ha subito la scarsa capacità di gestire tale complessità manifestatasi con il crollo delle certezze di ieri. Con la fine delle comode autarchie rese o credute utili a mantenere un ordine possibile e duraturo o ritenute affidabili partner commerciali per le democrazie occidentali. Il Mediterraneo è un sistema complesso e complicato. E’ un sistema che può garantire sicurezza solo a patto che si creino condizioni di equilibrio e di stabilità fondate su una condivisione di valori e di principi nel rispetto di ogni cultura che su questo mare vi si affaccia.

Ciò significa che l’Occidente non può più solo essere lo spazio giuridico dei diritti, per se, ma deve, per garantirsi una sopravvivenza fisica prim’ancora che economica, trasformarsi in uno spazio politico dei doveri. In questa prospettiva, l’Italia vuol giocare con i diritti e usa i doveri sino al limite di un opportunistico apprezzamento delle conseguenze politiche, ma non internazionali bensì interne. Ciò ne indebolisce qualunque azione intrapresa o da intraprendere e rimette a chi ci osserva l’onere di pesare volta per volta, e ancora una volta, il nostro appeal -per non parlare di fiducia- in questa crisi come in tutte le altre del nostro più o meno recente passato.


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