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Europei, europeisti o euroscettici?

[...] “ Una politica che guardi al futuro è impossibile senza conoscenza della storia. Ciò vale in particolare per un compito così difficile come l’unificazione europea. Chi vuole far incontrare popoli diversi deve sapere ciò che li unisce e ciò che li divide. Anche coloro che pensano di occuparsi solo di questioni contingenti portano in sé una eredità storica che li influenza giorno per giorno”.[…]

Otto von Habsburg. Geschichte und Zukunft einer übernationalen Ordnung. Amalthea Verlag Ges mbH. Wien – München 1986. Trad. It. Europa Imperiale. Storia e prospettive di un ordine sovranazionale. Ecig. Genova, 1990 p.7

 E’ strana questa particolare enfasi europeista che si respira in queste ultime settimane. Strana alla stessa stregua dell’antieuropeismo che si risolve, si manifesta solo in chiave antieuro.


Certo, i fatti degli ultimi anni, la somma delle crisi che si sono succedute trascinando nel baratro della speculazione economie nazionali supportate nel declino da una buona dose di corruzione non aiutano a comprendere le ragioni di una identità europea, né in economia né in politica. Né, altrettanto, può aiutare l’incompiutezza dell’Unione Europea come identità politica sovranazionale completa dal momento che i processi intergovernativi caratterizzano tutte le possibilità decisionali relegando il Parlamento europeo ad un ruolo semipolitico e semilegislativo quale attore cooprotagonista. Un attore che divide il palcoscenico con i governi espressi nel Consiglio e le lobby economiche che si incontrano nella Commissione.

Dire che l’Unione Europea è quindi idealmente ciò che il Preambolo alla Carta dei Diritti Fondamentali vuole che essa sia è certo un disegno ambizioso, certamente non di poco conto se si considera che essa è il punto di arrivo di uno strumento creato per ridurre le conflittualità sul continente alla fine della Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, per quanto nobili siano i principi e le finalità diventa discutibile accreditare l’assoluta capacità di raggiungere i fini posti. E, questo, non per assenza di capacità economiche o per forza politica potenzialmente esprimibile nel mondo, ma per la diversa qualità delle classi politiche, per una debole volontà di condividere in un clima di parità di possibilità gli obiettivi economici, politici e sociali, per l’assenza di una vera e concreta sensibilità europea che alberga nella riserva mentale di un provincialismo popolare.

Infatti, se dovessimo limitarci a farci guidare dai candidati alle prossime europee stenteremmo a trovare idee e programmi tali da convincerci della necessità di farci rappresentare da chi, in fondo, non ha molto da dire se non rispolverare, guardando al cortile di casa -ovvero alle opportunità di captare voti per il proprio partito- gli argomenti di sempre. Euro o non euro, fantasmi di direttorii franco-tedesci, doppie velocità, immigrazione si o immigrazione no, aiuti e non aiuti spesi o non spesi, o programmi di azione che diventano opportunità per pochi e non strumenti per fini comuni. La verità, quindi, non è se l’Europa esiste o meno. Fisicamente e storicamente diventa difficile negarlo. Ed economicamente gli spazi produttivi e di consumo potrebbero essere abbastanza simili fra gli Stati partner e parimenti distributivi di ricchezza se altrettanto equo fosse il fisco e pari il potere di acquisto dei salari dei lavoratori dell’Unione. Ma per raggiungere tale risultato ci vorrebbe una classe politica che, al di là delle colorazioni variopinte di una galassia di liste di partiti e movimenti, fosse convinta di essere all’altezza per contenuti e per conoscenza e non per luoghi comuni e grida da romanzo manzoniano.

Allora, se così fosse, punto tutto potrebbe avere un senso. L’euro, la sussidiarietà, il rispetto del principio dell’equilibrio dei poteri tra Istituzioni dell’Unione, la crescita condivisa e la distribuzione delle opportunità, l’immigrazione su volumi sostenibili di assorbimento progressivo tra tutti gli Stati partner, la fiscalità equa. Ma per fare questo ci vuole una consapevolezza dell’essere e del sapere e non una semplice candidatura per una poltroncina da occupare.


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